10 novembre 2017

Il Sangha e le Sei Concordie

Il Sangha e le Sei Concordie

Thich Nhat Hanh, Plum Village 18 giugno 2006 – ritiro dei 21 giorni “Il respiro del Buddha”.

Prima parte (30’)

Buongiorno cari amici,
oggi è il 18 giugno 2006 e siamo all’Upper Hamlet, a Plum Village, durante il Ritiro dei 21 giorni dal titolo “Il respiro del Buddha”.
Per coloro tra voi che sanno leggere il cinese, c’è una versione riveduta di entrambi i Sutra (Sutra sulla Consapevolezza del Respiro 803 e 810) che sarà messo a disposizione. Facendo la traduzione sono stato in grado di riconoscere la mancanza di alcune parole; in base alla struttura del Sutra ho reinserito alcune dozzine di parole che erano venute a mancare durante i 1500 anni di trasmissione del Sutra, perché il Sutra è stato tradotto durante il v secolo ed è stato copiato e ricopiato molte volte.

 

Il Buddha era un eccellente costruttore di sangha e il sangha può essere considerato un capolavoro del Buddha. Magari siete motivati a fare come il Buddha, a costruire un sangha; è qualcosa che richiede molto cuore, molta energia e molto amore costruire un sangha.
Quando il Buddha aveva 80 anni incontrò il re Prasenajit per l’ultima volta: a quel tempo il Buddha amava andare in giro per molti paesi insieme ai suoi discepoli. Il re era uno dei suoi migliori amici – avevano entrambi 80 anni – e volle prendersi il tempo per godere, come il Buddha, dell’opportunità di andare in giro per il regno. Re Prasenajit e il Buddha si incontrarono per l’ultima volta nella parte settentrionale del regno ed è stato riportato in un Sutra che il re rese omaggio al Buddha in molti modi e una delle cose che disse è:
“Maestro, ogni volta che vedo un sangha muoversi in tal modo, nutro sempre più fiducia, rispetto e amore per te”.
Infatti si capisce meglio l’artista quando si vede il suo lavoro: nel suo capolavoro si vede meglio il suo autore.

Quando ero un giovane monaco, avevo anch’io questa aspirazione a costruire un sangha amorevole, un sangha in cui ci fosse fratellanza e sorellanza, gioia e altre cose analoghe, ed è ancora vero, uno dei miei desideri più profondi è quello di costruire un sangha. Il sangha può proteggere, nutrire ed essere il capolavoro della vostra vita. Quindi coloro tra di voi che stanno cercando di costruire un sangha possono vedervi davvero il compito più nobile della loro vita.
Il Buddha continua a vivere in molti modi: attraverso il suo amore, la sua visione profonda, la sua forza, il suo coraggio; il sangha è una forma delle sua continuazione, una forma di continuazione del Buddha. Tutti noi abbiamo a cuore la nostra continuazione e che tale continuazione sia nobile e degna: la costruzione del sangha è uno dei modi di realizzare questa aspirazione profonda. Un bel sangha, un buon sangha porta sempre con sé il vero Dharma, il Dharma autentico e il Buddha autentico, non il Buddha come concetto o nozione, ma il Buddha come energia della consapevolezza e della visione profonda, della concentrazione e così via.
Nel buddhismo parliamo del quadruplice sangha: monaci e laici, donne e uomini. È possibile che il quadruplice sangha possa apprendere e trarre insegnamento l’uno dall’altro.

L’idea originale di sangha è basata sulle sei armonie o sei concordie.
Il primo elemento è vivere insieme, vivere insieme nello stesso posto ed è per questo che molti amici laici stanno cercando di creare dei sangha residenziali laici, dove molti individui, molte persone vivono insieme, molte famiglie si riuniscono e vivono insieme (scrive alla lavagna la parola vietnamita che indica il primo elemento di armonia o concordia).
Vivere insieme è molto facile, perché possiamo godere della comunicazione in ogni istante della nostra giornata. Non comunichiamo soltanto con le parole, ma con il nostro modo di guardare, di ascoltare, di camminare insieme. Dunque la prima armonia, la prima concordia, è stare insieme nello stesso posto. Tant’è vero che durante il ritiro invernale, o il ritiro estivo delle piogge, viene delineata una linea di confine per determinare qual è il posto del sangha. Durante i 90 giorni di ritiro nessuno la oltrepassa: questa è la nostra tradizione da 2600 anni. Se c’è qualcosa da fare fuori, bisogna chiedere il permesso al sangha per oltrepassare quella linea, e poi si va non come individui, ma come rappresentanti del sangha. Quindi quando qualcuno incontra te, incontra il sangha: ciò che dici e ciò che fai è allo stesso tempo ciò che il sangha dice e fa, tu ne rappresenti lo spirito. Sangha significa comunità: può essere inteso come il luogo in cui viviamo insieme, oppure come un quartiere o una città, inteso nel senso più vasto del termine: non solo come un piccolo rione, ma come un intero quartiere. A Londra alcuni amici hanno messo insieme qualcosa come dieci sangha e tra questi dieci sangha c’è il cuore del sangha di Londra, perché Londra è una città così vasta che un sangha solo non basta, è molto difficile andare da un punto all’altro della città. Dobbiamo creare numerosi sangha e fare in modo di essere in contatto gli uni con gli altri il più possibile. L’idea di sangha è stare insieme fisicamente, non solo spiritualmente.

Il secondo elemento che costituisce l’ossatura del sangha è shila, cioè i precetti, gli Addestramenti alla consapevolezza. Noi condividiamo la stessa pratica dei precetti: i 5 Addestramenti, i 14 Addestramenti. I monaci hanno i loro Addestramenti (250 per i monaci, 380 per le monache). Questi sono la seconda concordia, la seconda armonia. Noi pratichiamo gli stessi meravigliosi Addestramenti, perciò essi rappresentano la nostra lingua: parliamo fra di noi con lo stesso linguaggio, il linguaggio dei precetti. Mentre cammini, cucini o lavori in giardino, cerchi sempre di proteggere la vita e questo è il nostro linguaggio. Quando pratichiamo in questo modo la protezione della vita, questo è il nostro mezzo di comunicazione. I nostri fratelli e sorelle più giovani, quando ti vedono fare le cose in questo modo, si comportano analogamente imparando da te. Non è soltanto parlando che puoi comunicare, ma anche vivendo la tua vita. È come in famiglia: se il padre sa come prendersi cura della madre, se la madre sa come parlare al padre con un linguaggio amorevole, allora i figli naturalmente impareranno da loro, soltanto guardando ed osservando ed è vero che la famiglia è la prima scuola in cui si impara l’amore. Quindi i genitori dovrebbero essere insegnanti di amore, nel modo in cui si rivolgono l’uno all’altro, in cui parlano tra loro. I genitori sono professori d’amore: la prima università in cui si va è la nostra famiglia. Poi quando si cresce, si fa la stessa cosa in modo naturale, è una buona continuazione, naturalmente si tratta il proprio partner nello stesso modo. Se i genitori fumano, i figli fumeranno, se i genitori bevono alcool, anche i figli lo faranno.
Quindi il linguaggio che usiamo è il linguaggio di shila, il linguaggio degli Addestramenti alla consapevolezza. Se avete ricevuto i 5 Addestramenti, se li avete messi in pratica, sapete che tutti e 5 gli Addestramenti riguardano l’amore: il primo è sull’amore, il secondo è sull’amore e anche il terzo, la pratica del vero amore in termini molto concreti. I cinque Addestramenti non possono essere visti come restrizione, ma come una vera pratica di amore. È molto saggio da parte vostra presentare gli Addestramenti come una pratica di amore, di protezione, guarigione e trasformazione. Per questo motivo, se gli Addestramenti alla consapevolezza non sono praticati né vissuti nella vita quotidiana, allora quel gruppo di persone non può essere chiamato “un sangha”.
Quando sono venuto in Occidente per la prima volta ho visitato un certo numero di comunità e ho visto che praticavano in modo molto duro, facevano molta meditazione seduta, avevano ritiri con una pratica molto severa, ma riguardo a shila, i precetti, non ho sentito che questo fosse il fondamento della loro pratica, e perciò avvenivano molti scandali nella comunità, nei Centri zen e altrove. C’era alcolismo, sesso, le relazioni tra insegnanti e discepoli non erano molto chiare, c’erano molti scandali. Poi tenendo ritiri e costruendo Plum Village abbiamo influito sulla situazione. Ora la pratica di shila in questi Centri è molto migliorata.
Quindi noi stiamo insieme non semplicemente perché viviamo nello stesso posto, ma perché parliamo lo stesso tipo di linguaggio: quello dei precetti. Il sangha diventa una cosa sola, perché agisce come un corpo unico, per questo gli Addestramenti sono molto importanti, senza Addestramenti non si può chiamare quel gruppo di persone un sangha. Se gli Addestramenti vengono osservati, si può vedere che il sangha ha la natura di Buddha in sé, ha la natura di Dharma, perché il triplice addestramento è: shila, samadhi e prajña. A Plum Village abbiamo reso la cosa molto chiara, e cioè che shila, i meravigliosi Addestramenti, ha lo stesso significato di smrti, perché shila non è niente altro che consapevolezza (smrti vuol dire consapevolezza), in quanto tu sei consapevole e per questo motivo non fai quella cosa, ma ne fai un’altra. Dunque gli Addestramenti alla consapevolezza a Plum Village sono presentati in modo tale da aiutare le persone a capire che è una pratica di consapevolezza: ‘Consapevole della sofferenza causata dall’uccidere nel mondo sono determinato a non uccidere… e fare del mio meglio per proteggere la vita’. Questa è la pratica della consapevolezza, e si apre con le parole: ‘Consapevole della sofferenza causata da…’.
Perciò è molto chiaro che gli Addestramenti alla consapevolezza significano proprio consapevolezza, smrti ; la parola Addestramenti è derivata da shiksa, che non significa solo studiare, ma allenarsi, praticare. Questa è una pratica, non un apprendimento. Quindi i tre shiksa – Addestramenti alla consapevolezza, concentrazione e visione profonda – sono il triplice Addestramento che è il cuore della tradizione buddhista. Se shila diventa la spina dorsale del sangha, allora questo diventa un vero sangha che porta con sé il Buddha vivente e il Dharma vivente. Ecco perché quando vedi che in quel gruppo di persone gli Addestramenti alla consapevolezza sono onorati, osservati, sai che quello è un vero sangha, un sangha autentico. E un vero sangha porta sempre in sé il Buddha e il Dharma; per questo il re di Shravasti, il re del Kòshala, incontrando il Buddha per l’ultima volta disse:
“Caro Maestro, ogni volta che vedo il tuo sangha muoversi in questo modo provo sempre più rispetto, fiducia e amore per te” – perché il sangha è davvero il capolavoro del Buddha.

Non è facile costruire un sangha e lo sapete. Eppure dev’esserci una pratica che ci aiuta a costruire un sangha, perché un buon sangha può portare molta felicità, molta soddisfazione. Anche il Buddha ha avuto molte difficoltà nel costruire il suo sangha, lo sapete; il sangha si divise due volte, durante la vita del Buddha. Quando ci sono difficoltà nel vostro sangha, dovreste dirvi: ‘Chi sono io per fare meglio del Buddha? Se il Buddha ha avuto difficoltà, perché non dovrei averne io?’.

Il terzo elemento è costituito dai beni materiali, le strutture, come la casa, il bagno, il giardino, tutto ciò che si condivide. Dovremmo pensare al sangha come a una comunità in cui le persone condividono tutto ciò che hanno. Un trattore appartiene a tutti, una macchina appartiene a tutti, i soldi in banca appartengono a tutti, non a una persona sola; anche il telefono o il computer appartengono al sangha, non a una singola persona, a un individuo. Sapete che a Plum Village i monaci non hanno un conto corrente bancario privato, né una macchina o un telefono. Nessuno di noi ce l’ha, eppure usiamo il computer, abbiamo un indirizzo e-mail, utilizziamo internet. A Plum Village, tuttavia, ogni volta che hai bisogno di accedere a internet devi essere accompagnato dal tuo “secondo corpo”: non vai mai su internet da solo. Questo è parte di shila, dei precetti. Anche se vai su internet per ascoltare un discorso di Dharma, devi avere un fratello o sorella che ti assiste; è come andare al supermercato: non vai mai da solo. Questo è il tipo di pratica che aiuta a proteggerti; non limita la tua libertà, anzi ti aiuta a mantenerla, perché rischi di perderla proprio se rimani catturato da certe cose. Su internet ci sono molte aree pericolose e, se siamo genitori, siamo molto preoccupati per i nostri figli e non sappiamo come fare. A Plum Village lo sappiamo e facciamo in questo modo: non puoi navigare in internet da solo, non perché gli altri non vogliono che tu sia libero, ma proprio perché vogliono che tu mantenga la tua libertà. Se sei dipendente da qualcosa come oppio, droghe o alcool, perdi la tua libertà; noi non vogliamo limitare la libertà delle persone, vogliamo invece che ognuno possa mantenere la libertà di cui gode. Quindi dovrebbe esserci una sorta di condivisione sul Dharma tra i membri di una famiglia. Plum Village è una famiglia e noi ci sediamo insieme per condividere su come proteggerci reciprocamente. La famiglia può essere trasformata in un sangha con la parola amorevole, con l’ascolto profondo. Possiamo parlare tra di noi su una base di uguaglianza; per comunicare non dobbiamo usare l’autorità di un padre o di una madre, ma piuttosto la forza della nostra comprensione e del nostro amore. E perfino i bambini, se capiscono perché facciamo in questo modo, lo accetteranno benissimo.
Se volete realizzare in casa una stanza del respiro, una piccola stanza di meditazione per la famiglia, potreste chiedere ai vostri figli che cosa ne pensano. Come sarebbe bello stare seduti e parlare insieme, come sarebbe meraviglioso aver il tempo di ascoltare la campana, respirare, inspirando ed espirando, specialmente quando l’atmosfera nella famiglia non è abbastanza calma, qualcuno soffre o è irritato! La pratica allora può aiutare a portare più pace in famiglia, un’atmosfera più serena e tutto questo può essere discusso nell’ambito della famiglia. Se siete un insegnante di scuola potete benissimo trasformare la vostra classe in un sangha, parlatene con i vostri studenti: potrete creare lo spirito di fratellanza e sorellanza nella scuola e grazie a questo aiutare i bambini a portare questa pratica a casa, in famiglia.

Seconda parte (34’)

Henry Ticken è un insegnante di Dharma di Plum Village, insegna anche nelle scuole superiori di Toronto e ama molto pescare e a proposito di questo racconta che si sorprende sempre del fatto che quando va a pescare con gli amici questi non riescano a prendere tanti pesci quanto lui.
Dopo il suo primo ritiro a Plum Village tornò a casa molto diverso, entrò in aula in modo consapevole e molto diverso da prima. Andò alla lavagna e scrisse alla lavagna in modo consapevole. I suoi studenti lo guardavano pensando: ‘Strano! Quanto sembra strano, oggi, il nostro professore di matematica!’. Erano abituati a chiamarlo “papà”, perché è un insegnante molto amorevole, anche se a volte si arrabbiava tanto e tirava un pezzo di gesso direttamente sugli studenti chiamandoli “idioti”. Eppure gli volevano bene lo stesso, perché era veramente pieno di cura e di amore per loro. Quindi i suoi studenti gli chiesero:
“Papà stai male? Sei a posto?”
“Sì sì, tutto bene!”
“Allora perché ti muovi in quel modo?”.
“Lo faccio perché pratico la consapevolezza”.
Decise quindi di introdurre un po’ di pratica nella scuola e, poiché non c’era la campana di consapevolezza, suggerì che ogni 15 minuti qualcuno battesse le mani e tutti si fermassero a praticare il respiro consapevole. In questo modo iniziò a trasformare la sua classe in un sangha. A loro questa cosa piacque molto; gli studenti si davano il turno a fare la campana di consapevolezza con le mani, battendole. Tutta la classe fece molto velocemente grandi progressi nello studio, in modo molto sorprendente per le altre classi. Ben presto tutta la scuola adottò lo stesso metodo. Quando questo insegnante, Henry, doveva andare in pensione, gli chiesero di restare e lui restò ancora alcuni anni. Prima della pratica era solito gridare, perfino insultare [gli alunni] e scriveva sui loro compiti: “sei uno stupido”. Ma dopo cambiò: quando i compiti a casa non erano svolti bene, diceva allo studente: “Non hai capito, mi sono spiegato male”.
Ebbe luogo una grande trasformazione, dunque: lui fu capace di portare nella sua classe e anche nella sua famiglia questa trasformazione. È ancora vivo, fa parte del sangha di Toronto; sicuramente lo conoscete perché è venuto qui per tanti ritiri, ha ricevuto i 14 Addestramenti e infine è diventato insegnante di Dharma.
Quindi potete trasformare la vostra scuola, la vostra classe in un sangha e naturalmente praticare insieme gli Addestramenti alla consapevolezza, come classe. Naturalmente potete introdurre qualche forma di disciplina dopo averne discusso con i vostri studenti, senza che quelle regole siano esattamente uguali ai cinque Addestramenti.

Durante i 40 anni della mia assenza, il tempio-radice [da cui provengo] non ha praticato in questo modo: molti monaci avevano scooter, motociclette, molti avevano il telefono cellulare. Alcuni anni fa siamo andati a Seul, nella Corea del Sud, dove abbiamo visitato alcuni monasteri e abbiamo discusso con il Presidente (?) come trattare problemi quali internet – perché tutti gli studenti lì sono monaci e usano internet, motociclette e cose di questo tipo. A quell’epoca avevamo già rivisto il Pratimoksha, il codice monastico, quindi abbiamo potuto dire: “Noi abbiamo la risposta.” Il Pratimoksha era pronto in inglese, ci avevamo lavorato per molti anni per rivederlo e aggiornarlo. Sapete che in Vietnam si segue la scuola del Dharmagupta; confrontando il Pratimoksha con quello della scuola Theravada, si vede che i due codici sono quasi identici. Quindi abbiamo lavorato duro per aggiornare il Pratimoksha e abbiamo aggiunto precetti che riguardano internet, telefoni, e così via. Abbiamo portato al Presidente una copia del Pratimoksha e gli abbiamo rivolto l’invito a tradurlo in coreano. E devono averlo fatto, anche se ancora non è stata fatta una pubblicazione in lingua [locale], forse perché ci sono molti conservatori che non sono pronti ad accettare l’idea di cambiare il codice monastico, il codice del Buddha e pensano: ‘Chi sei tu per modificare, cambiare il codice monastico?’
Sapete benissimo che prima di morire, il Buddha chiese ad Ananda di rendere il Pratimoksha più semplice; durante la prima conferenza buddista, che aveva il compito di rivedere gli insegnamenti e i precetti, Ananda riportò questa richiesta del Buddha. Kashyapa chiese in particolare quali precetti, secondo il Buddha, avrebbero dovuto essere rivisti per rendere più semplice il codice monastico; Ananda rispose che il Buddha era così stanco che lui non aveva osato chiederglielo. È per questo motivo che dopo ben 2500 anni il codice monastico era rimasto così com’era e l’augurio del Buddha non ha potuto trovare soddisfazione.
Se viene loro chiesto “Chi siete voi per modificare il codice monastico del Buddha?”, ho suggerito a molti amici di rispondere “Siamo i suoi studenti, i suoi discepoli, per questo dobbiamo aiutarlo [ad aggiornare il codice], perché se fosse vivo adesso lo avrebbe fatto lui stesso”. Il Buddha ha bisogno di discepoli intelligenti, siete d’accordo?
Dovete imparare a praticare in modo intelligente, è molto importante.

Ci sono molti tipi di beni materiali nella vita di oggi e monaci e praticanti laici possono caderne preda e perdere la propria pratica; riflettiamo dunque a fondo sui beni materiali disponibili nel sangha. A Plum Village abbiamo la televisione, ma i fratelli e le sorelle l’accendono soltanto per ascoltare i discorsi di Dharma su videocassette, cercando di fare buon uso di queste cose.
Conoscete la meditazione del telefono; dovreste usare il telefono solo per praticare la parola amorevole: prima di prendere il telefono per comporre il numero siete invitati a praticare il respiro consapevole recitando una gatha per calmarvi ; poi mentre componete il numero fare voto che le parole che state per dire abbiano il potere di ristabilire la comunicazione e aiutare l’altra persona. E se sentite il suono del telefono non dovreste correre a rispondere subito, bensì, mantenendo la vostra dignità, rimanere dove siete, praticare il respiro consapevole e usare il suono del telefono come una campana di consapevolezza; perché ogni volta che il telefono suona causa una piccola vibrazione dentro di voi e sorge il pensiero ‘Chi è che sta chiamando? Buone o cattive notizie?’. Certo non si è in pace. Per imparare a gestire questi stati d’animo, restate dove siete e praticate il respiro consapevole: ‘Ascolta, ascolta il suono di questo telefono mi riporta alla mia vera casa’. Godetevi il respiro. Se l’altra persona ha davvero qualcosa di importante da dirvi aspetterà almeno il secondo o il terzo squillo. E poi continuando a respirare, andate al telefono da persona libera, con tutta la vostra dignità. Se entrambi – chi chiama e chi risponde – siete consapevoli e sorridete, allora la qualità della conversazione sarà buona senz’altro. Immaginate se a New York tutti praticassero la meditazione del telefono: sarebbe davvero un posto molto amorevole in cui vivere! Possiamo camminare in consapevolezza, usare il telefono in consapevolezza, andare in metropolitana in modo consapevole. Non dobbiamo uscire da New York per praticare la consapevolezza. Questo è chiamato buddhismo impegnato: ovunque, in ogni momento è possibile praticare la consapevolezza.

I fratelli ad Upper Hamlet non hanno abbastanza soldi per costruire una sala di meditazione più ampia e quindi ci godiamo la sala di meditazione a Lower Hamlet e vorremmo averne una simile all’Upper. Quando il dottor Modi ci ha proposto di realizzare un film dal libro “Vita di Siddharta il Buddha”, alcuni di noi hanno detto: “Così avremo un po’ di soldi, potremo vendere i diritti del libro in modo da costruire una nuova sala di meditazione ad Upper Hamlet”. Ma quando abbiamo incontrato il team, sapevamo già che non avremmo preso neanche un centesimo: vogliamo offrire i diritti di quel libro come un regalo per le nuove generazioni, che hanno così bisogno di ascoltare e ricevere il messaggio del Buddha. Quindi è stata una grande sorpresa per il team del film sentire che non avremmo preso neanche un soldo. Vogliamo essere d’aiuto e la nostra richiesta è soltanto che il produttore, lo sceneggiatore e gli attori abbiano il tempo di praticare la meditazione camminata, sedere in consapevolezza, ascoltare profondamente in modo da avere una sorta di percezione del Buddha in loro e, quando recitano, esprimersi in modo autentico. E loro sono d’accordo. Proprio perché non prendiamo neanche un soldo, siamo nella posizione giusta per fare in modo che il film vada in una direzione meritevole. Sappiamo che se avessimo preso 5 milioni di dollari sarebbe stato piuttosto rischioso per Plum Village, perché il denaro può essere pericoloso, come le armi. Siamo così molto felici di non avere ancora una sala di meditazione più grande, possiamo respirare e sorridere e aspettare un’altra occasione. Il film può essere un discorso di Dharma per moltissime persone di questa epoca. È una specie di investimento: lo consideriamo come un’offerta al Buddha e alle future generazioni, perché il nostro tempo ha veramente bisogno di vedere e sentire il messaggio del Buddha.

Quindi come membri del sangha dovremmo essere in grado di godere dei beni materiali che il sangha può permettersi; dovremmo anche sapere che secondo lo spirito buddhista non bisogna mai avere nulla in eccesso. Ho imparato ai tempi in cui ero novizio che le tre cose di cui abbiamo bisogno ogni giorno sono cibo, riparo e vestiti, ma mai in quantità eccessiva. Mangiare il 90% del tuo bisogno è meglio che mangiare il 100%; lascia sempre qualcosa, il 5%, non è difficile. I medici sanno che questo è molto saggio: non mangiare mai fino a riempirti, lascia sempre un po’ di spazio nel tuo stomaco. Anche la casa in cui vivi non dovrebbe essere troppo confortevole; quando sei ordinato novizio, sai che la tua vita dovrebbe essere semplice; il monaco non dovrebbe sedere su poltrone lussuose o dormire su letti lussuosi. Ogni tanto accade che dobbiamo stare in albergo perché non ci sono monasteri in zona, allora i nostri fratelli preferiscono dormire sul pavimento piuttosto che stare sul letto, per praticare i precetti. Lo stesso vale per i vestiti che indossiamo. Dovremmo essere puliti e a posto nel nostro modo di vestirci,ma non comprare abiti raffinati e costosi. Avete notato che spesso a Plum Village indossiamo il sanghati solo per recitare i Precetti e per trasmetterli. Il colore marrone adottato nella nostra tradizione è il colore dei contadini, degli agricoltori, dei poveri, è il simbolo dell’umiltà e della frugalità. In Europa forse l’equivalente del marrone è il blu, perché i lavoratori, gli operai sono vestiti di blu. Abbiamo adottato il marrone perché in Vietnam i contadini indossano vestiti marroni; non hanno certe comodità, a volte non hanno il sapone e questo colore non rivela molto lo sporco.
Non solo condividiamo nel sangha le stesse risorse materiali, dobbiamo anche assicurare che si possa mantenere uno stile di vita semplice. Se pensate a un sangha, anche a un sangha laico residenziale, pensate così: dovete vivere più semplicemente di quelli che vivono intorno a quel centro. È molto importante, è una delle caratteristiche di questa tradizione, vivere in modo semplice. Quando vivete in modo semplice non dovete lavorare duramente per guadagnare un grosso stipendio, sarà sufficiente anche uno modesto; avrete così più tempo per praticare, costruire il sangha, avere cura, aiutare le persone; sebbene sia un aspetto materiale, ugualmente è molto rilevante.

La quarta concordia o armonia è comunicare, condividere le proprie esperienze, le proprie visioni profonde, ciò che si è imparato. Ascoltiamo i nostri fratelli e sorelle in modo da imparare da loro, ascoltiamo il nostro insegnante per imparare da lui o da lei e nelle discussioni sul Dharma condividiamo veramente, non a livello dell’intelletto – o almeno non soltanto a quel livello, ma anche al livello della nostra reale esperienza. Se avete avuto un periodo di difficoltà, potete dire ai vostri fratelli e sorelle come lo avete attraversato, in modo che possano imparare da voi. Questo è “condividere” in un vero sangha. Una condivisione di questo tipo dovrebbe essere permanente; una condivisione sul Dharma, sedersi in un gruppo di Dharma e condividere, è una pratica molto importante. Non condividete soltanto come avete sofferto e superato quella sofferenza, condividete anche la vostra felicità, come l’avete raggiunta e come l’avete mantenuta.

Per questo motivo un membro del sangha può rappresentare tutto il sangha, come nel nostro corpo ogni cellula rappresenta tutte le altre cellule. L’eredità genetica è contenuta in ogni cellula: perciò è possibile clonare, riprodurre un altro corpo semplicemente usando una cellula del corpo. L’insegnamento è che l’uno contiene l’intero e l’intero può essere trovato nell’uno. Quando si toglie una cellula fuori dal corpo, dopo un po’ di tempo la cellula si essicca e muore. È molto difficile per una cellula sopravvivere da sola. Allo stesso modo un praticante dovrebbe sapere che senza il suo sangha morirà come praticante molto presto. Se andate da qualche parte, dovreste portare il sangha con voi, dentro di voi.

È ciò che capitato a Thây 40 anni fa, quando è venuto via dal Vietnam da solo a chiedere la pace e non gli è stato più permesso di tornare a casa. Thây non si è essiccato come cellula solo perché portava dentro di sé il suo sangha e non appena ha saputo che non poteva tornare a casa ha iniziato subito a costruire un sangha in Europa. E voi, amici miei, siete la continuazione di quel sangha. L’esilio ha anche effetti positivi: il nostro sangha è ora presente un po’ ovunque, anche in Medio Oriente. Visto che siete capaci di portare il sangha dentro di voi, allora non vi prosciugherete: sarete capaci di dare vita a un nuovo un sangha lì dove siete. Il sangha è un rifugio molto importante. Senza il Sangha, anche il Buddha e il Dharma non saranno più presenti. Per questo la costruzione del sangha è un compito molto nobile e potreste voler dedicare la vostra vita al lavoro di costruzione del sangha e continuare così il lavoro del Buddha in termini molto concreti.

La quinta armonia sono le nostre idee, le idee che abbiamo su come il sangha potrebbe essere felice. Io ho le mie idee e tu hai le tue, ed è facile che nascano conflitti se ci attacchiamo troppo alle nostre idee. Non possiamo costruire un sangha se siamo troppo presi dal nostro sé, se vogliamo essere un leader, se vogliamo che le persone seguano le nostre idee: non è questa la via per costruire un sangha. Si deve ascoltare ogni membro del sangha in modo da conoscere i suoi bisogni, la sua sofferenza. L’opera di chi costruisce un sangha si basa su questa mutua comprensione. Ci riuniamo per scambiare i nostri punti di vista, le idee, per arrivare ad una visione collettiva e in base a quella visione collettiva costruiamo un sangha. Se abbiamo avuto difficoltà nella costruzione del sangha, forse dipende dal fatto che in esso ci sono personalità troppo forti che vogliono imporre le loro idee. Il Buddha aveva la capacità di ascoltare i suoi discepoli costruttori di sangha; Shariputra, Mahamoggallana o Ananda sono stati essenziali per aiutare il Buddha a costruire il sangha.

Non dipende da quale sia il vostro background o la vostra provenienza a determinare un sangha armonioso. Quando tutti i fiumi raggiungono l’oceano, diventano una cosa sola. Nel sangha del Buddha c’erano persone che appartenevano alla famiglia reale, c’erano ex politici, uomini d’affari, spazzini, persone che erano state ridotte in schiavitù: tutti furono accettati nella comunità santa del Buddha e nella comunità c’era completa uguaglianza. Anche un serial killer come Angulimala fu accettato e così divenne un buon elemento del sangha; e il re Prasenajit, che prima cercava di catturarlo perché aveva ucciso molte persone, poi si inchinò a lui come membro del sangha. Penso che nel film questa storia di Angulimala vada raccontata: la storia di un terrorista e di come il Buddha ha convertito un terrorista.

Terza parte (26’)

Nel sangha c’è una procedura chiamata sanghakarman che viene utilizzata per raggiungere un accordo. Si inizia con il facilitatore che chiede:
“Tutto il sangha è presente, tutto il sangha è riunito?” Nella mia tradizione si usano formule che vengono pronunciate quasi cantando. Questa è la prima domanda.
La seconda domanda è: “C’è armonia nel sangha?”.
La terza domanda è: “Per quale motivo si è riunito il sangha?”.
E la risposta è: “Il sangha si è riunito oggi per fare il sanghakarman per questo o quel motivo” e viene fatta la proposta che rappresenta la visione collettiva del sangha.
“L’intera comunità è riunita?” “Sì, l’intera comunità è riunita.”
“C’è armonia nella comunità? “Sì, c’è armonia.”
“Perché la comunità si è riunita oggi?  “La comunità si è riunita per realizzare il sanghakarman della trasmissione dei 14 Addestramenti della consapevolezza” (per esempio).
Quando viene letta la proposta, che riflette il pensiero collettivo, chi presenta la proposta, chiede al sangha:
“La proposta è abbastanza chiara e completa?”.
Gli altri rispondono:
“Sì, è chiara e completa”.
E allora si procede chiedendo:
“Coloro che sono d’accordo con questa proposta possono rimanere in silenzio, per coloro che non sono d’accordo per favore questo è il momento di parlare”. E si lascia un po’ di silenzio. Poi chi ha convocato il sanghakarman, ripete per la seconda volta la domanda:
“Coloro che sono d’accordo con questa proposta possono rimanere in silenzio, coloro che non sono d’accordo per favore parlino, questo è il momento di dirlo” e dopo lascia passare ancora un po’ di silenzio.
E poi si chiede ancora per la terza volta. E dopo tre periodi di silenzio, il facilitatore dice:
“Poiché il sangha è rimasto in silenzio per tre volte, vuol dire che la proposta è stata accettata, grazie” e questo conclude la procedura del sanghakarman. Questa è una pratica iniziata ai tempi del Buddha. La democrazia appartiene alla tradizione buddhista già da tanto tempo.

C’è diversità tra fare un sanghakarman e votare, perché si organizza un sanghakarman soltanto quando si è sicuri che tutti saranno d’accordo. Altrimenti non si organizza un sanghakarman: si continua a discutere e a parlare insieme. Alla fine, quando la stragrande maggioranza è d’accordo tranne solo due o tre, allora questi faranno un passo indietro, perché così è la nostra tradizione, e anche se non sono completamente soddisfatti resteranno in silenzio per compiacere il sangha, sapendo di essere una ristrettissima minoranza.
Il sanghakarman dunque si basa sullo spirito dell’armonia e del consenso e questo lo rende molto diverso dal votare: votare è solo a favore della maggioranza, qui è richiesto un completo consenso. Quando si è in minoranza è importante seguire il sangha, perché l’occhio del sangha è più limpido e più lucido dell’occhio individuale. La visione profonda collettiva è sempre migliore della visione profonda di un’unica persona. Se davvero prendi rifugio nel sangha allora sei pronto anche ad accettare la decisione del sangha per te, perché il sangha pensa che quella sia la cosa migliore per te, anche se nutri ancora un certa contrarietà. Ecco il vero significato di prendere rifugio nel sangha. Per il momento dunque segui semplicemente la decisione del sangha, magari più tardi potrai avere la possibilità di fare un’altra proposta che potrà essere discussa in un’altra occasione. La pace è possibile grazie a questa pratica del condividere insieme; la comunicazione è assolutamente necessaria al fine di avere pace e armonia nel sangha.

Sappiamo che le cellule del corpo comunicano tra loro molto bene, usano tutti i mezzi: neurotrasmettitori e altro. Ci sono cellule sensoriali che lavorano permanentemente, per questo se c’è una buona comunicazione nel nostro corpo siamo in salute. La stessa cosa succede nel sangha: se la comunicazione è buona allora il sangha è felice; così possiamo praticare la comunicazione. Non comunichiamo solo con le parole, ma con la nostra vita quotidiana, con il nostro modo di praticare i precetti e così via. Quando ascoltiamo la campana, torniamo a casa a noi stessi e godiamo del nostro respiro, improvvisamente diventiamo una cosa sola: questa è una comunicazione formale. Puoi essere pieno di talento e servire il tuo sangha con le tue doti, ma non dovresti perderti nel tuo lavoro perché la comunicazione può diventare difficile fra te e altri membri del sangha. Questa è integrazione. Ieri abbiamo parlato della differenza fra “integrazione” e “differenziazione”: la differenziazione è un bene, ma senza integrazione perdiamo noi stessi, anche se abbiamo molte doti. Quindi stare insieme al sangha camminando, mangiando, stando seduti, è determinante, perché si tratta di momenti di comunicazione, anche se non si usano le parole. Molte persone comunicano tanto con le parole, ma quella non è vera comunicazione. Ai nostri giorni ci sono molti mezzi di comunicazione: e-mail, fax, telefono, di tutto, ma la comunicazione fra padre e figlio, madre e figlia, marito e moglie è diventata molto difficile. Non dovremmo quindi avere troppa fiducia nelle parole; abbiamo altri mezzi per comunicare: vivere insieme, condividere è un modo davvero meraviglioso per comunicare ed è il fondamento dell’armonia e della felicità nel sangha.

Il Buddha quindi ha stabilito le sei concordie per costruire il sangha e possiamo davvero imparare molto da queste concordie, eppure il Buddha non aveva telefono o fax.

La sesta e ultima concordia, ma non la meno importante, è la parola amorevole e l’ascolto profondo, il quarto dei cinque Addestramenti alla consapevolezza. Se ascolti e usi la parola amorevole, è molto importante, puoi dire all’altra persona, puoi dire al sangha ciò che hai nel cuore: hai il diritto, hai il dovere perfino di dire al sangha ciò che davvero senti. Soltanto dovresti usare un modo di parlare gentile, il quarto addestramento alla consapevolezza serve ad evitare che la comunità si divida a causa del tuo modo di parlare: è una pratica molto importante. Il fratello o la sorella maggiori devono essere un esempio per i fratelli e le sorelle più giovani attraverso il loro modo di parlare gli uni con gli altri, e per il padre e la madre vale la stessa cosa.
Quando ero in India, ho avuto l’opportunità di incontrare Narajan, che era il Presidente del Parlamento Nazionale dell’India. Abbiamo discusso un po’ sulla vita del Parlamento riguardo all’ascolto profondo e alla parola amorevole e gli ho fatto questa proposta: ogni volta che l’atmosfera del Parlamento si fosse surriscaldata, avrebbe potuto usare la campana di consapevolezza e chiedere a tutti i presenti di calmarsi e praticare il respiro consapevole. Mi ha ascoltato molto a fondo e io ho aggiunto:
“Grazie signor Presidente, so che lei oggi era molto impegnato, aveva un appuntamento con tre ministri, eppure ha trovato comunque il tempo per incontrare un monaco”.
Mi ha risposto: “Dovremmo sempre avere il tempo di incontrare un monaco!”.
Gli ho proposto di iniziare le sessioni del Parlamento con una sorta di meditazione del tipo ‘Cari colleghi dell’Assemblea Nazionale, siamo stati eletti dal nostro popolo perché condividessimo le nostre esperienze e le nostre visioni profonde. Se ci ascoltiamo e parliamo con calma, potremo condividere tante cose, potremo arrivare a presentare quel tipo di leggi che proteggeranno il nostro popolo, la nostra nazione e renderanno felici le persone. Quindi pratichiamo la parola amorevole e l’ascolto profondo durante questa sessione del Parlamento. Anche se questa pratica viene da una tradizione buddhista, ha un valore universale.” [Mi ha detto:] “Abbiamo delle sessioni in Parlamento che sono come delle tempeste, le persone a volte si picchiano, si tirano una sedia, succede.”

Dieci giorni dopo abbiamo tenuto un ritiro a Madras, sempre in India, e uno dei partecipanti mi ha dato un giornale, da cui abbiamo appreso che il signor Narajan aveva stabilito una commissione che si prendesse cura di questa materia nell’Assemblea Nazionale e il presidente di questo comitato era il precedente Primo Ministro. La cosa voleva dire che Narajan aveva preso davvero sul serio quello che ci eravamo detti! Successivamente è diventato Presidente dell’India e ha chiesto a Thây di tornare per rivolgersi al Parlamento indiano, però non c’è stato il tempo di farlo.

La pratica della parola amorevole è davvero cruciale: diventa una sfida, però, se avete tanta rabbia e odio, percezioni erronee e violenza in voi; per questo la pratica della parola amorevole deve accompagnarsi sempre alla pratica di abbracciare la rabbia in noi stessi.
Praticare la parola amorevole è la pratica di Avalokiteshvara: ascolto profondo e uso della parola amorevole possono alleviare moltissimo la sofferenza. Alcuni tra noi dedicano del tempo ad ascoltare gli amici che vengono a Plum Village. Sappiamo che ascoltare in questo modo aiuta a soffrire meno; siamo capaci di parlare a queste persone con la gentilezza amorevole e siamo stati in grado di aiutare a riconciliarsi molte coppie, anche di padre e figlio, madre e figlia. Per costruire un sangha la parola amorevole è veramente fondamentale.

Le sei concordie o armonie sono ciò che il Buddha ha proposto come fondamento per la costruzione di un sangha. Quando un sangha pratica come un [vero] sangha, allora si realizza l’armonia e la visione profonda del non sé. Ogni membro del sangha rappresenta tutto il sangha: ovunque vai, qualunque cosa fai, la fai per tutto il sangha.

Nel 1989 abbiamo avuto un ritiro per psicoterapeuti in Colorado sulle Montagne Rocciose e all’affermazione di Fritz Perls ‘Tu sei tu e io sono io e se per caso ci incontriamo sarà meraviglioso altrimenti non possiamo farci nulla’ ho risposto con una poesia:
“Io sono te e tu sei me. Non è ovvio che noi intersiamo? Tu coltivi il fiore in te stesso in modo che possa diventare bello e io trasformo la spazzatura in me stesso così che tu non debba soffrire. Io ti sostengo e tu mi sostieni. Io sono a questo mondo per offrirti pace e tu sei a questo mondo per offrirmi gioia”. Ecco come si applica la visione profonda del non sé nel costruire il sangha.
Esorto quelli, che ancora tra noi hanno qualche difficoltà con l’espressione ‘non sé’, a ricordare che non sé non è una verità ultima e suprema, poiché il Buddha ha detto:
“La zattera non è la riva e dovete usare i miei insegnamenti con abilità”.
Il non sé dunque è uno strumento per la costruzione del sangha, per la guarigione.

Gli scienziati dei nostri tempi, quando osservano il corpo, di certo non vedono un sé, un capo: vedono solo una comunità di cellule senza nessuno che assuma il ruolo del capo e dia ordini alle altre cellule. Quando osserviamo il nostro corpo vediamo una vera comunità, una comunità di milioni di cellule – e non soltanto cellule umane: nel nostro corpo ci sono molte cellule non umane. I biologi ci hanno detto che il numero di cellule non umane nel nostro corpo è molto più numeroso di quelle umane, forse dieci volte tanto: i microbi nel naso, la popolazione di batteri nella nostra bocca è più grande della popolazione della Francia. Ci sono tantissimi batteri nel nostro intestino e senza di loro soffriremmo; nella flora batterica intestinale ci sono molti esseri viventi a noi amici che fanno un lavoro fondamentale per il nutrimento e la guarigione. Quando osserviamo il nostro corpo non possiamo non accorgerci che siamo una comunità che si muove in giro, non un “sé”. Anche le cellule non umane sono molto utili: se guardiamo nel nucleo di una cellula vediamo i mitocondri, che ci sono stati trasmessi da nostra madre e sono considerati la nostra fonte di forza: senza di loro non potremmo nemmeno alzare le braccia […passaggio incomprensibile]; anche i batteri che stanno nel nostro intestino non sono noi: il loro DNA è diverso dal nostro, sono in simbiosi con noi eppure in un certo senso fanno parte di noi, contribuiscono alla nostra vita.
Ecco perché se guardiamo molto a fondo come scienziati possiamo vedere davvero la natura del non sé. Allo stesso modo la visione profonda del non sé può essere davvero molto utile nell’ambito della psicoterapia e gli amici psicoterapeuti dovrebbero ricordare che il non sé dovrebbe essere considerato uno strumento.

Dopodomani avremo una “Fiera dei Sangha” al Lower Hamlet, un’opportunità per parlare e condividere le nostre esperienze sulla costruzione del sangha. Penso che da ora in poi dovremmo avere sempre delle sessioni di “Fiera dei Sangha”, in quanto siamo ispirati nel realizzare sangha in tutto il mondo: tutti hanno bisogno di prendere rifugio nel Sangha. Se c’è un buon Sangha, allora il Buddha e il Dharma saranno a loro volta disponibili, per cui vi prego, non scoraggiatevi nell’opera di costruzione del sangha. Siamo qui per aiutarvi; cercheremo di realizzare una sorta di rete, in modo da sostenerci reciprocamente.