25 settembre 2018

Tre poesie della montagna

Tre poesie della montagna

Spesso si dice che il Dharma è indescrivibile, eppure siamo sempre in cerca di capire le parole e i concetti con cui viene insegnato. A volte investiamo grandi sforzi, e quando poi non riusciamo ad afferrarne il pieno significato, proviamo frustrazione e sconforto. Ma forse proprio quell’attimo di scoraggiamento è il momento in cui siamo più vicini a una realizzazione. Può darsi addirittura che solo un sorriso ci separi da quel che avevamo cercato fino ad allora. Le parole che usiamo per esprimere gli insegnamenti hanno la capacità di indirizzarci nella giusta direzione, ma se non stiamo attenti ben presto possono trasformarsi in uno spesso impermeabile che impedisce alla pioggia del Dharma di impregnarci completamente.

Forse è proprio per questo che, per trasmettere gli insegnamenti ai loro allievi, i maestri zen hanno spesso preferito la poesia piuttosto che il rigore dialettico. La poesia si serve delle parole per rinviare a qualcosa che giace oltre il linguaggio. Parole e concetti sono fatti per categorizzare, discriminare e impacchettare la realtà in graziose scatolette, al solo scopo di mettere tutto in ordine. Un vero meditante sa che nella realtà non può esserci l’ordine che vorremmo trovare, e che la vera bellezza risiede nella natura organica e disordinata di tutto ciò che esiste. Una buona poesia ci aiuta ad affrancarci dai limiti del linguaggio, e per questo motivo non è necessario che abbia un senso. Può anche essere illogica, strana e inspiegabile, eppure darci lo stesso un assaggio dell’esperienza dell’autore.

L’esperienza è l’essenza di ogni disciplina spirituale, ma non è mai come ce l’aspettiamo. Spesso è contraddittoria e non la si può esprimere attraverso il linguaggio convenzionale, quindi che senso ha cercare di afferrarne il significato con la ragione? Forse faremmo meglio a essere irragionevoli e a permetterci semplicemente di sprecare tempo, scrivendo e condividendo assieme poesie sulla vita. A volte ho l’impressione che quando avremo scaricato la zavorra della ragione, nient’altro potrà ancorarci al suolo, e potremo volare liberi, senza più confini.

Le tre poesie che seguono sono state composte dal Maestro Hám Sơn (Zh. Hanshan, 憨山老人, 1546 – 1623), uno dei monaci più influenti dell’era della Dinastia Ming in Cina. Era profondamente appassionato di poesia e ha lasciato centinaia di componimenti. Alternò la pratica della meditazione profonda in cima a remote vette innevate all’impegno sociale nelle grandi capitali cinesi. Queste tre poesie ritraggono scene della sua vita di eremita. Le spiegazioni che ho aggiunto non hanno alcun senso, quindi non c’è ragione di cercare di capirle. Scriverle è stato un semplice coinvolgermi in una sorta di danza col Maestro Hám Sơn, e anche se i miei passi sono ben più incerti dei suoi, ne ho ricavato moltissima gioia.

平湖冷浸芰荷衣
湖上青山絕是非
塵跡盡消人世遠
白雲鷗鳥總忘機

Lago immobile, il freddo ne impregna il manto di ninfee
Lo sovrasta un monte, rimosso da idee di giusto e sbagliato
Qui finisce ogni impronta polverosa, distante è il mondo dell’uomo
E non si scorge una ragione nelle bianche nubi o nei gabbiani

Lo sovrasta un monte, rimosso da idee di giusto e sbagliato

Torno spesso con la memoria ai giorni trascorsi sui Pirenei insieme ai miei fratelli, tra le nuvole bianche e le cime dei monti. Quando raggiungi la quota dove non crescono più gli alberi sei accolto da un ambiente bizzarro e affascinante. Lassù l’aria è pura e i laghi sono di un blu così profondo che ti chiedi se non siano pieni di inchiostro. Dirupi rocciosi sovrastano pendii ricoperti di un’erba molto tenace. A prima vista sembra davvero morbida, ma quando ti siedi ti trapassa i vestiti e la pelle, facendoti scattare di nuovo in piedi. A volte, tutto d’un tratto, una nuvola avvolge la montagna lasciando sull’erba, al suo passaggio, una miriade di goccioline di rugiada, così quando ritorna il sole ti ritrovi sul picco cosparso di gioielli del Sutra del Loto.

L’ambiente circostante è così straordinario che quasi ti senti in colpa di avere il cuore in pace. Di fronte a una vista così grandiosa avrebbe più senso urlare, strapparsi tutti i vestiti e scagliarsi giù da un dirupo per volare liberi verso l’infinito. Ma ti ritrovi a sorridere dolcemente e a passare oltre. Non è questo ciò che le nuvole hanno fatto da sempre?

信步騰騰任所從
形骸一似雪中松
偶來纔向溪頭立
又逐閒雲過別峰

Affido ai miei passi leggeri di condurmi dove gli pare
Il mio corpo è come un pino nella neve
Ad un istante mi ergo, presso il corso di un ruscello
O rincorro una nuvola al di là di un altro picco

Il mio corpo è come un pino nella neve

Hai mai provato a goderti una vera giornata pigra? Ti svegli al mattino presto e non fai nessun piano. Ti prepari solo un thermos con un po’ d’acqua calda e, appena pronto, ti lasci alle spalle la sicurezza di casa. Il posto dove vivi è impregnato dei tuoi pensieri e delle tue abitudini, ed è per questo che nella vita di tutti i giorni non riesci a pensare o a vedere nulla di nuovo. Ma nel momento in cui ti chiudi la porta alle spalle, il mondo davanti a te diventa un palcoscenico dove all’improvviso ogni magia è possibile. Un ruscello è un bardo che può incantarti con innumerevoli storie; una nuvola bianca è una vecchia amica da cui ti spiace doverti separare. Quando cammini nella natura dovresti imparare dagli alberi e dagli animali. Non portarti dietro il tuo sé umano, così pesante e oneroso, perché ti stancherebbe e, credimi, non ti tornerebbe per nulla utile. Sii solo un albero tra gli altri o un vento impetuoso nel cielo d’inverno. Se chiedi “come si fa?” sei già a mille miglia di distanza dall’obiettivo, ma se lo fai e basta, vedrai che nel corpo c’è una saggezza che forse non sospetti. Sono certo che riusciresti quantomeno a cedere il comando ai piedi lasciandoti portare dove vogliono loro. Può sembrare strano, ma hai i piedi molto più vicini al cuore di quanto non sia mai stata la testa.

雪壓衡門夜擁爐
此身雖寄恰如無
不知日月從何去
回首人間歲巳徂

Si ammassa la neve contro la mia porta; di notte attizzo la stufa
Il corpo è qui eppure è quasi come se non ci fosse
Mi chiedo dove siano finiti i giorni e i mesi
Ogni volta che mi volto a guardare il mondo muore un altro anno

Mi chiedo dove siano finiti i giorni e i mesi

Il tempo e lo spazio si sono scontrati a mezz’aria esplodendo in una miriade di frammenti. Un raggio di luce viaggia per un miliardo di anni da una remota estremità dell’universo per atterrare sulla terra molto tempo prima di essere partito. Non riesco più a dare un senso a ciò che accade: è il mio primo giorno di scuola, quello della mia ordinazione o il giorno in cui morirò? Sdraiato sul letto, sto solo facendo un pisolino o sto esalando l’ultimo respiro? Ho deciso che se la mia mente è una pittrice, le commissionerò un dipinto pieno di colline verdi, campi di girasoli dorati e un cielo blu. Le chiederò di dipingere qualcosa di inatteso dietro ogni oggetto, così la mia vita non sarà mai noiosa. Le domanderò anche di dare un’anima a tutto, in modo che anche camminando nei luoghi più remoti non mi sentirò solo. Gli uccelli, gli alberi e il vento saranno tutti miei amici sul sentiero.

Perché dovremmo scegliere di disegnare solo paesaggi grigi e neri, impermeabili, cravatte e automobili per puro dovere verso la società? Sul letto di morte sarà forse la società che abbiamo seguito così fedelmente a darci conforto? Sul mio sentiero, a volte incontro cose che non hanno senso. Sembra che non abbiano una funzione precisa, a parte rendere la mia vita più strana ed eccitante. A volte mi siedo in meditazione e sento che il corpo è un oggetto così imprevisto. È chiaramente lì, eppure se mi concentro sui suoi limiti, questi svaniscono come se non ci fossero mai stati. Lo sento più come una nuvola che come una statua di bronzo, e anche se tollera la mia ossessione di credermi il capo, quando ha bisogno di qualcosa la ottiene, che mi piaccia o no. La mia vita sarebbe molto meno complicata se potessi essere un buon amico del corpo, e se potessi semplicemente ricordandomi di ascoltarlo di più…