
Liberare le mucche
Estratto da un libro e video di Thich Nhat Hanh, commento a cura di Diana Petech
Un giorno il Buddha sedeva in un bosco con alcuni dei suoi monaci; erano appena tornati dal giro di questua ed erano pronti a condividere il pasto in consapevolezza, quando passò di lì un contadino dall’aria sconvolta.
Si rivolse al Buddha e ai suoi: “Monaci, avete visto passare qualche mucca?”
“Quali mucche?” rispose il Buddha.
“Beh”, disse l’uomo, “ho quattro mucche e non so perché questa mattina sono scappate tutte. Ho anche quasi un ettaro piantato a sesamo e quest’anno gli insetti si sono mangiati tutto il raccolto. Ho perso tutto: il raccolto e le mucche. Mi viene voglia di uccidermi.” Il Buddha disse: “Caro amico, siamo seduti qui da quasi un’ora e non abbiamo visto passare nessuna mucca. Forse dovresti andare a vedere nell’altra direzione.” Quando il contadino se ne fu andato, il Buddha guardò i suoi amici e sorrise consapevolmente. “Cari amici, siete molto fortunati”, disse. “Non avete mucche da perdere.”
Conoscevo una ricca signora che abitava a New York e che aveva acquistato un terreno confinante con quello su cui sorgeva la sua casa. Su quel terreno voleva costruire un enorme condominio per poi venderlo e realizzare molti soldi. Un’amica andò a trovarla e si fermò a guardare fuori dalla finestra: c’era una vista bellissima sul ponte George Washington e tanto cielo azzurro. L’amica si rivolse alla donna che aveva acquistato il terreno e le disse: “Non costruire il condominio; se lo fai non avrai più questo bellissimo panorama, e non l’avranno più neanche i tuoi vicini. Non vedrai più il cielo azzurro né il fiume. Ti basta stare qui a guardare fuori per potere essere già felice. A che servirebbe avere altri soldi e perdere tutta questa bellezza e felicità?”. La donna fu in grado di sentire queste parole e modificò i suoi progetti di edificazione; lasciò andare una mucca grossa, grazie al consiglio saggio di un’amica.
Una delle mucche più grandi che abbiamo è la nostra idea ristretta di felicità. Può capitare di soffrire soltanto a causa della propria idea; e si continua a star male finché, un giorno, non si riesce a lasciarla andare, e subito ci si sente felici.
Un paese intero può restare intrappolato in un’unica mucca: una nazione con centinaia di milioni di abitanti può essere convinta che una certa ideologia sia fondamentale perché il Paese diventi una grande potenza mondiale, e che la condizione di “superpotenza” sia essenziale alla felicità del popolo; così investe ogni cosa in quell’ideologia, sostenendo che quello è il sistema migliore, l’unico sistema. Gli stati possono restare attaccati alle proprie “mucche” per secoli, e per tutto quel tempo la gente sta malissimo. Poi un giorno finalmente il paese si apre al cambiamento e scopre che in realtà, con una gestione diversa, le cose funzionano meglio e la gente è più felice. Ognuno di noi ha un’idea di felicità che può farsi troppo radicata, troppo rigida. Ognuno di noi ha qualche mucca da lasciar andare.
Prendi in considerazione la pratica di liberare le tue mucche. Prendi un foglio di carta e scrivi i nomi delle tue mucche, le cose che ritieni essenziali per il tuo benessere. Forse questa settimana puoi cominciare a lasciarne andare almeno una, o forse due – o magari ti ci vorrà un anno o più per ognuna di loro. Più mucche lasci andare, più diventi gioioso e felice.
‒ Thich Nhat Hanh
da Trasformare la sofferenza, cap. 5,
Terra Nuova Edizioni, Firenze 2015
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Possiamo ora ascoltare le parole di Thich Nhat Hanh su questo tema, nella parte iniziale di questo video di un suo insegnamento, dall’inizio al minuto 24’02”
Commento di Diana Petech
Quante volte leggiamo un invito di pratica e ci diciamo: “Carino, questo!” e lo mettiamo da parte?
Peccato, è un’occasione persa. Sedersi nella quiete, collegarsi al respiro e poi con tutta calma elencare le nostre mucche è un momento di profonda autoconsapevolezza che può darci sorprese illuminanti.
Possono essere “mucche” per noi oggetti, situazioni, luoghi, persone, successi scolastici o professionali (propri o di figli o altre persone care), case, automobili…
Thay ci dice “Prendi un foglio di carta e scrivi i loro nomi”. Nominarle ci aiuta a vederle con chiarezza; scriverle ci aiuta anche a ricordarle (la mente è bravissima a cancellare immediatamente il ricordo di quel che le risulta scomodo…). Lo possiamo fare solo con la mente equanime dell’etologo che osserva con interesse, senza giudicare: si tratta di osservare e annotare e basta, senza aggiungerci niente sopra, lasciando andare per primi i “non dovrei” e i “sono davvero troppe, queste mucche” e i “no, questa non posso proprio lasciarla andare”. Elencarle sulla carta ci permette di leggerle, di riconoscerle. Poi ne sceglieremo una (magari la più facile, per cominciare) e la porteremo davanti alla luce accesa della consapevolezza nella vita quotidiana chiedendoci: “Sono proprio sicura, sono sicuro di averne bisogno, per essere felice?” Così la corda che la tiene legata a noi si assottiglia un poco, giorno dopo giorno, finché non sentiamo che possiamo lasciarla cadere.
È una buona idea conservare il foglio o il quaderno di pratica su cui le abbiamo annotate: riprendendolo in mano un anno o due dopo potremo fare il punto, festeggiare le mucche liberate (importantissimo!) e riprendere contatto con quelle che sono ancora lì, legate a noi a doppia fune.
Può essere bello farlo insieme, in un incontro di sangha o una giornata o un finesettimana di consapevolezza, nel quale sostenersi e incoraggiarsi a vicenda. “Il censimento delle mucche”, si intitolava il finesettimana di pratica per i sangha del Nord Italia che anni fa avevo proposto e facilitato col mio sangha locale. Era piaciuto molto; nelle condivisioni erano emerse intuizioni e visioni profonde emozionanti e alla fine eravamo ripartiti sentendo tutti di avere iniziato un percorso importante.
(Diana Petech)
