Discorso ai Kalama

Testo del Discorso

Così ho udito. Una volta l’Onorato dal mondo, in cammino insieme a grande Sangha di monaci, giunse a Kesaputta, città del popolo dei Kālāma.

Ora i Kalama di Kesaputta sentirono dire “Pare che sia arrivato a Kesaputta l’asceta Gotama, il figlio degli Shakya che ha lasciato la sua gente. Su questo Maestro Gotama circolano buone voci: ‘Davvero è un è un arahant[1], degno e pienamente illuminato, realizzato nella vera conoscenza e nella condotta, Bene Andato, conoscitore dell’universo intero, insuperato istruttore delle persone atte a essere istruite, insegnante di esseri soprannaturali (deva) e umani, risvegliato, Beato. Egli spiega questo mondo con i suoi deva, con Mara,[2] con Brahma, con la presente generazione con tutti i suoi asceti e brahmani, con i suoi regnanti e la sua gente comune, avendolo realizzato per conoscenza diretta. Egli spiega il Dharma che è ammirevole dal principio, ammirevole nel mezzo e ammirevole alla fine; spiega la vita santa nei dettagli e nella sua essenza,  perfetta, incomparabilmente pura.’ Sarà bene far visita a un simile illuminato!”

Allora i Kalama di Kesaputta andarono dal Beato. Una volta arrivati, alcuni di loro gli resero omaggio inchinandosi e poi gli si sedettero a lato; alcuni scambiarono saluti con lui parole cortesi e poi gli si sedettero a lato; alcuni lo salutarono giungendo le mani davanti al cuore e poi gli si sedettero a lato; alcuni lo salutarono dicendo il proprio nome e quello della propria gente e poi gli si sedettero a lato; alcuni gli si sedettero a lato, in silenzio.

Una volta seduti, i Kalama dissero al Beato: “Signore, a Kesaputta arrivano svariati asceti e brahmani; espongono e lodano le proprie dottrine, mentre le dottrine degli altri le disapprovano, le disprezzano, le confutano e le fanno a pezzi. Poi arrivano a Kesaputta altri asceti e brahmani, e anche loro spiegano e glorificano le proprie dottrine, mentre le dottrine degli altri le disapprovano, le disprezzano, le confutano e le fanno a pezzi. Ci lasciano del tutto incerti e in dubbio: quale fra questi venerabili brahmani e asceti dicono la verità e quali dicono il falso?”.

“È ovvio che siate incerti, o Kalama; è ovvio che siate dubbiosi: quando ci sono ragioni per dubitare, nasce l’incertezza. In questo caso, o Kalama, non lasciatevi condurre dalle tradizioni orali, da leggende, dagli insegnamenti tramandati, dalle scritture, dal ragionamento logico, dal ragionamento deduttivo, dalle analogie, dall’accettazione di una visione dopo averla ponderata, dall’apparente competenza di un predicatore, o dal pensiero: ‘Questo asceta è il nostro maestro’. Quando riconoscete da voi stessi: ‘Questi modi di essere non sono abili, sono riprovevoli; sono biasimati dai saggi; quando vengono adottati e praticati conducono al danno e alla sofferenza’, allora li dovreste abbandonare.

Che dite, o Kalama, quando in una persona sorge l’avidità, le fa del bene o le fa danno?” “Le fa danno, o Signore”. “Questa persona avida, dominata dall’avidità e con la mente in preda all’avidità uccide esseri viventi, prende ciò che non le è dato, ha una condotta sessuale irresponsabile, dice bugie,[3] e induce altri a fare lo stesso. Tutto ciò genera danno e sofferenza di lunga durata.”

“Sì, o Signore.”

Ora, che dite o Kalama, quando in una persona sorge l’avversione, le fa del bene o le fa danno?” “Le fa danno, o Signore.” “Questa persona ostile, dominata dall’avversione e con la mente in preda all’avversione uccide esseri viventi, prende ciò che non le è dato, ha una condotta sessuale riprovevole, dice bugie, e induce altri a fare lo stesso. Tutto ciò genera danno e sofferenza di lunga durata.”

“Sì, o Signore”

Ora, che dite o Kalama, quando in una persona sorge l’illusione,[4] le fa del bene o le fa danno?” “Le fa danno, o Signore”. Questa persona presa dall’illusione, dominata dall’illusione e con la mente in preda all’illusione, uccide esseri viventi, prende ciò che non le è dato, ha una condotta sessuale riprovevole, dice bugie, e induce altri a fare lo stesso. Tutto ciò genera danno e sofferenza di lunga durata.”

“ Si, o Signore.”

“Che dite, Kalama, queste cose sono buone o cattive?” “Cattive, Signore”; “Sono deplorevoli o lodevoli?” “Deplorevoli, Signore”. “Disapprovate o elogiate dai saggi?” “Disapprovate, Signore”. “Quando vengono adottate e praticate, conducono al male e alla sofferenza o no?” “Seguite e praticate, queste cose conducono al male e alla sofferenza; così ci sembra”.

“È per questo, Kalama, che ho detto ‘Non lasciatevi condurre dalle tradizioni orali…’ [ecc.] Quando riconoscete da voi stessi: ‘Questi modi di essere non sono abili, sono riprovevoli; sono biasimati dai saggi; quando vengono adottati e praticati conducono al danno e alla sofferenza’, allora li dovreste abbandonare. Ecco perché è stato detto così: a questo si riferiva ciò che è stato detto.

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Ora, Kalama, non lasciatevi condurre dalle tradizioni orali, da leggende, dagli insegnamenti tramandati, dalle scritture, dal ragionamento logico, dal ragionamento deduttivo, dalle analogie, dall’accettazione di una visione dopo averla ponderata, dall’apparente competenza di un predicatore, o dal pensiero: ‘Questo asceta è il nostro maestro’. Quando riconoscete da voi stessi: ‘Questi modi di essere sono abili, non sono riprovevoli; sono lodate dai saggi; se adottati e praticati conducono al benessere e alla felicità’, allora li dovreste adottare e conservare sempre.

Che dite, Kalama, quando la non-avidità sorge in una persona, le fa danno o le fa bene?” “Gli fa bene, Signore”. “Kalama, una persona che non è avida, che non è dominata dall’avidità e non ha la mente in preda all’avidità, quella persona si asterrà dal distruggere la vita, dal prendere ciò che non le è stato dato, da una condotta sessuale irresponsabile e dalla menzogna; incoraggerà anche altri a fare lo stesso. Ciò la condurrà al bene e alla felicità per lungo tempo, o no?”

“Si, o Signore!”

[Lo stesso si ripete con l’assenza di avversione e l’assenza di illusioni e convinzioni erronee.]

“Che dite, Kalama, queste cose sono abili o non abili? “ “Abili, o Signore.” “Deplorevoli o lodevoli?” “Lodevoli, Signore.” “Disapprovate o lodate dai saggi?” “Lodate, Signore.” “Se sono adottate e praticate con costanza conducono al bene e alla felicità, o no?” “Adottate e praticate con costanza, queste cose conducono al bene e alla felicità; così ci sembra”.

“È per questo, Kalama, che vi è stato detto: ‘Non lasciatevi condurre dalle tradizioni…’ [si ripete qui il capoverso di questa sezione].

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Ora, Kalama, un nobile discepolo dei nobili [insegnanti], privo di avidità, privo di malevolenza, non confuso, consapevole e risoluto, pervade costantemente il primo punto cardinale [5] di consapevolezza imbevuta di gentilezza amorevole, e così anche il secondo, il terzo e il quarto, e lo stesso fa per lo Zenith, il Nadir e ogni altra direzione, dovunque e verso tutti e tutto; pervade costantemente il mondo intero di consapevolezza imbevuta di gentilezza amorevole abbondante, espansiva, incommensurabile, libera da ostilità, libera da malevolenza.[6]

Egli pervade costantemente il primo punto cardinale di consapevolezza imbevuta di compassione, e così anche il secondo, il terzo e il quarto, e lo stesso fa per lo Zenith, il Nadir e ogni altra direzione, [irradiandole] dovunque e verso tutti e tutto; pervade costantemente il mondo intero di consapevolezza imbevuta di compassione abbondante, espansiva, incommensurabile, libera da ostilità, libera da malevolenza.

Egli pervade costantemente il primo punto cardinale di consapevolezza imbevuta di gioia empatica, e così anche il secondo, il terzo e il quarto, e lo stesso fa per lo Zenith, il Nadir e ogni altra direzione, [irradiandole] dovunque e verso tutti e tutto; pervade costantemente il mondo intero di consapevolezza imbevuta di gioia empatica abbondante, espansiva, incommensurabile, libera da ostilità, libero da malevolenza.

Egli pervade costantemente il primo punto cardinale di consapevolezza imbevuta di equanimità, e così anche il secondo, il terzo e il quarto, e lo stesso fa per lo Zenith, il Nadir e ogni direzione, dovunque e verso tutti e tutto; pervade costantemente il mondo intero di consapevolezza imbevuta di equanimità abbondante, espansiva, incommensurabile, libera da ostilità, libera da malevolenza.

O Kalama, un discepolo dei nobili [insegnanti], in questo modo ha una mente libera dall’ostilità, libera dalla malevolenza, pulita e pura, conquista le quattro certezze, qui e ora.

‘Se c’è un aldilà, e se c’è il frutto delle buone e cattive azioni,[7] su questa base dopo la disgregazione del corpo, dopo la morte, riapparirò in una buona destinazione, in un mondo celeste.’ Questa è la prima certezza che acquisisce.

‘Se invece non esiste un aldilà, se le buone e cattive azioni non portano alcun frutto, allora nella vita attuale mi prenderò cura di me stesso con agio, libero da ostilità, libero da malevolenza, libero da problemi.’ Questa è la seconda certezza che acquisisce.

‘Se da una [mia] azione nasce del male ma io non volevo il male di nessuno, non avendo io fatto alcuna azione malvagia, da dove dovrebbe venirmi la sofferenza?’  Questa è la terza certezza che acquisisce.

‘Se invece è nato alcun male dalla [mia] azione, allora posso considerarmi puro sotto entrambi gli aspetti.’ Questa è la quarta certezza che acquisisce.

O Kalama, quando un discepolo dei nobili [insegnanti] in questo modo ha la mente libera dall’ostilità, libera dalla malevolenza, pulita e pura, conquista le quattro certezze, qui e ora.”

“È così, o Benedetto! È così o Bene-andato! Quando un discepolo dei nobili [insegnanti] in questo modo ha reso libera la sua mente dall’ostilità, libera dalla malevolenza, pulita e pura, conquista le quattro certezze, qui e ora. [Segue la ripetizione delle quattro certezze.]

Magnifico, o Signore, magnifico! È proprio come se qualcuno rimettesse dritto ciò che era capovolto, rivelasse quel che era nascosto, mostrasse la via a chi s’era perso, portasse una lampada nel buio permettendo a chi ha gli occhi di vedere le forme, allo stesso modo il Beato ha chiarito il Dharma tramite diverse linee di ragionamento. Prendiamo rifugio nel Beato, nel Dharma e nel Sangha monastico. Il Beato ci accetti come suoi seguaci che hanno preso rifugio in lui, da oggi in poi per tutta la vita.”

 

Versione inglese dal pali di Thanissaro Bhikkhu

in https://www.dhammatalks.org/suttas/AN/AN3_66.html

Trad. it. Diana Petech.

[1] un risvegliato.

[2] l’incarnazione del male.

[3] riferimento ai primi quattro dei cinque tradizionali precetti (Addestramenti alla consapevolezza).

[4] In inglese delusion : illusione, ma anche convinzione erronea, abbaglio. Avidità, avversione e illusione sono detti “i tre veleni della mente”.

[5] l’Oriente. Il secondo è il Meridione, il terzo l’Occidente, il quarto il Settentrione. Lo Zenith è la direzione verso l’alto, il Nadir verso il basso.

[6] Gentilezza amorevole, compassione, gioia empatica ed equanimità sono Le quattro incommensurabili menti d’amore, o dimore divine (“Brahmavihara”).

[7] Nella cultura indiana del tempo del Buddha era sottinteso che dopo la morte l’essere rinascesse in una condizione più favorevole o sfavorevole a seconda dei meriti o demeriti “guadagnati” con le proprie azioni (karma) in vita.

Commento al Discorso

Lo sgomento dei Kalama è il nostro stesso sgomento, ora che i media e la rete ci danno accesso a  tanti insegnamenti diversi, a volte contrastanti ‒ equivalente occidentale e moderno degli “asceti itineranti” dell’india di 2500 anni fa. “Chi ha ragione? A chi dobbiamo dare fiducia?”

Per il Buddha, l’unico criterio per adottare un insegnamento come guida nella propria vita è provarlo in prima persona, con costanza e spirito di indagine: se dà frutti, cioè se la persona sta meglio nella propria pelle, ha relazioni più armoniose, vive di più nel presente e nella prospettiva più ampia dell’interessere, allora quell’insegnamento merita di essere seguito e coltivato.

Con questo passo di concretezza il Buddha scavalca ogni dogmatismo, ogni “È vero perché l’ha detto lui, o lei”, “Sta scritto nei sacri testi”, “È un Maestro famoso” “Il mio Maestro è migliore del tuo”…. La sua è una visione di totale libertà di pensiero, scandalosa per il suo tempo, sorprendente per attualità, per noi.

Proprio all’inizio il Kalamasutta suggerisce che non c’è un insegnamento di valore assoluto, adatto a tutti. Già l’elenco dei modi diversi con cui i Kalama si rivolgono al Buddha apre questo spiraglio: siamo tanti e diversi, non può esserci una “dottrina” adatta a tutti, l’unica è provarla. Ciò che porta al risveglio completo uno può mettere in difficoltà l’altro, e fargli fare passi stentati e faticosi o metterlo fuori strada.

Fra gli esempi che nel Kalamasutta il Buddha spiega con affettuosa pazienza scopriamo un intreccio abile di alcuni insegnamenti essenziali: i cosiddetti “3 veleni della mente” (avidità, odio, illusione o convinzioni erronee) sono testati con la cartina al tornasole dei primi quattro dei tradizionali Cinque Precetti o Addestramenti (rispetto per la vita, rispetto per la proprietà altrui, retta condotta sessuale e retta parola): “…una persona avida, dominata dall’avidità e con la mente in preda all’avidità uccide esseri viventi, prende ciò che non le è dato, ha una condotta sessuale irresponsabile, dice bugie,[1] e induce altri a fare lo stesso. Tutto ciò genera danno e sofferenza di lunga durata.” Lo stesso dice poi di chi è in preda agli altri due veleni, avversione e illusione.

Per mitigare il rischio di riferirsi solo a se stessi come metro di paragone, gli esempi del Kalamasutta considerano anche se quei modi di essere siano lodati o disapprovati dai saggi. Su che base? Il Buddha, libero dai luoghi comuni dei suoi tempi (e forse, con le debite distinzioni, anche di oggi), in altri discorsi mette in guardia a non lasciarsi ingannare dalle apparenze: “non è un saggio chi si esprime con belle parole, né lo è automaticamente chi è anziano, o chi si rade il capo, o chi vive di elemosine”… “se non osserva i voti e dice il falso. Chi è in preda alla brama e all’avversione, come potrebbe essere un saggio?” (Dhammapada 19 – strofe 256-72).

Dato che i “modi di essere” caratterizzati dai tre veleni della mente generano sofferenza a sé e agli altri, se la persona sta bene nella sua pelle, se prova benessere, armonia e felicità e li sparge tutt’intorno, vorrà dire che è saggia; vale la pena di seguirne l’esempio e gli insegnamenti. Anche qui si tratta di verificare da sé se le tante belle parole sono poi incarnate o nella vita oppure smentite.

Thay (Thich Nhat Hanh) l’ha sottolineato in molte occasioni: “Se praticando non siete ogni giorno un po’ più felici, nella vostra pratica c’è qualcosa che non va”, ha detto. E alla domanda quali debbano essere le prerogative di un buon insegnante di Dharma, risponde: “Dev’essere innanzitutto una persona felice”.

La seconda parte del sutra è dedicata a ciò che porta benessere e felicità a se stessi e agli altri. Leggendolo, ci è facile vedere la nostra tendenza a procedere per opposti: qui a una persona avida non si contrappone una persona generosa, si dice semplicemente una persona non avida; a ostile non si contrappone benevola ma non ostile, eccetera. È un uso linguistico indiano, va bene, ma lo colgo come un sottile suggerimento: dà i suoi frutti già l’assenza di un modo di essere generatore di sofferenza: uno stato pulito, neutro e flessibile e aderente alla realtà del momento.

Tanto più poi danno frutti gli stati salutari scelti in piena coscienza: dall’assenza di avidità, avversione e illusione il Buddha fa nascere il dono splendido della “consapevolezza  imbevuta di gentilezza amorevole abbondante, espansiva, incommensurabile, libera da ostilità, libera da malevolenza,  che irradia in ogni direzione nel mondo. Oggi diremmo “con ricadute positive collettive”. Innanzitutto e soprattutto, il fondamento: la consapevolezza. E ancora: la consapevolezza imbevuta di  compassione, e poi di gioia empatica, e poi di equanimità. In queste frasi l’insegnamento-base della consapevolezza si intreccia con quello delle Quattro Incommensurabili Menti d’Amore, le “dimore divine” (Brahmavihara): gentilezza amorevole, compassione, gioia empatica ed equanimità.

La libertà di pensiero del Kalamasutta culmina nelle “Quattro certezze” elencate alla fine, per cui vale la pena di intraprendere una via spirituale sia che esista un aldilà sia che non esista. La terza delle quattro certezze distingue in una sintesi folgorante l’errore dalla colpa – confusione così frequente nella nostra cultura giudaico-cristiana. Merita di essere meditata e ruminata e digerita e messa in pratica, per coglierne i frutti, come appunto stiamo imparando con il Kalamasutta.

Thich Nhat Hanh ha dato così tanto valore a questo insegnamento da averlo tradotto nei primi tre dei 14 Addestramenti alla Consapevolezza dell’Ordine dell’Interessere (v. https://www.interessere.it/14-addestramenti-alla-consapevolezza/), il più esplicito indirizzo di non-dogmatismo che mai si possa dare a un Ordine monastico e laico.

[1] riferimento ai primi quattro dei cinque tradizionali precetti (Addestramenti alla consapevolezza).