10 Novembre 2017

Come viviamo il mondo

Come viviamo il mondo

Karl Riedl, Intersein Zentrum 14 luglio 2005

(…) Mettiamo che stiate aspettando un autobus e siate in fila da parecchio tempo, ed è già il terzo autobus sul quale non siete riusciti a salire… pian piano diventate molto impazienti – ed è comprensibile – ma ormai siete all’inizio della fila e sta arrivando il prossimo autobus. Un breve sguardo vi mostra che anche questo è pieno, le porte vengono aperte soltanto un po’ per fare entrare una sola persona, e quella naturalmente siete voi. In quel momento arriva qualcuno da dietro di voi correndo, sale sull’autobus, la porta si chiude e l’autobus riparte. Cosa succede adesso nella vostra mente? Potreste dire che questa è una situazione un po’ portata all’estremo, ma abbiamo abbastanza situazioni nella nostra giornata dove abbiamo sperato che andasse bene e poi è successo qualcosa. Al supermercato abbiamo cercato la fila più corta per finire presto con davanti a noi solo una persona con poche cose, ma poi quella persona ha dimenticato la carta di credito, non ha abbastanza denaro con sé, il cassiere non sa quanto costa quell’articolo e deve mandare qualcuno a vedere… a me è successo spesso, e in quella situazione avevo lo stesso stato mentale che nella situazione dell’autobus. In situazioni di questo tipo, emergono spontaneamente in noi sensazioni come rabbia, nervosismo, eccetera.

Torniamo alla storia dell’autobus. Siamo proprio sul punto di arrabbiarci, comprensibilmente, mentre arriva una giovane donna che si mette vicino a noi, ci guarda radiosa con le lacrime agli occhi e ci dice: “che grande regalo che quella persona sia riuscita a prendere l’autobus! Ha appena ricevuto una telefonata che sua madre è in ospedale e sta per morire, e questa potrebbe essere la sua ultima possibilità di vederla ancora una volta. Che regalo che in questo momento ci sia stato ancora un posto libero!” e ci dice anche: “ grazie per aver dato a quella persona la possibilità di salire sull’autobus!” Cosa succede allora nella nostra mente? In quel momento tutta l’irritazione, la rabbia svaniscono subito, come spazzate via, come se non ci fossero mai state, e spontaneamente in noi nasce la compassione e la comprensione. Questo esempio, che potete applicare a voi stessi o alle vostre situazioni nel corso della giornata, ci mostra qualcosa molto chiaramente – e quasi ci spaventa: sia che io mi arrabbi, sia che io provi compassione, la situazione è la stessa, assolutamente identica: in entrambi i casi l’autobus è andato via senza di me. La mia reazione quindi non ha nulla a che vedere con la situazione in sé, ma solo con quello di cui io faccio esperienza, è la mia esperienza che io porto nella situazione, cioè io vivo la situazione attraverso il mio giudizio e il valore che io attribuisco alla situazione.

Pensiamo sempre che la nostra vita sia costituita da una sequenza di situazioni, ma questo non è vero. La nostra vita è costituita da una sequenza di esperienze di situazioni. Non sono, quindi, le situazioni a formare la nostra vita, ma la nostra esperienza di quelle situazioni, e questa esperienza delle situazioni la formiamo noi. Siamo sempre chiamati a confrontarci con le situazioni della nostra vita e dire: “qui ho avuto questa esperienza e in un’altra situazione ho creato un’altra esperienza”. Quello che succede in questo esempio, cioè che qualcuno ha dato una spiegazione, ci ha aiutato ad abbandonare un certo giudizio della situazione e ad abbracciare un altro giudizio della situazione. Questa è una via buona e utile, ma non sempre è possibile. Non posso sempre domandare: “senta un po’, è giusto che io la veda così?”. Non sempre passa qualcuno e dice: “vedi la situazione diversamente e ti sembrerà positiva”. Ma dobbiamo sfruttare l’opportunità ogni volta che possiamo, anche solo per chiarirci che noi potremmo vedere la situazione in un altro modo. L’importante, e anche la via di uscita, è che comprendiamo in che modo creiamo questa situazione, come creiamo la nostra esperienza di ogni situazione.

Fin quando non siamo illuminati, in genere ogni situazione della vita viene da noi giudicata subito, catalogata subito. Questo catalogare avviene attraverso determinati pensieri, impostazioni, immaginazioni, pregiudizi. Se per esempio nel mio esempio dell’autobus mi arrabbio e mi irrito, dietro a ciò scorre un modello di pensiero. Io conosco molto bene la mia frase [ricorrente] in simili situazioni: dice “chi cerca di passare avanti è un asociale”. Io non so quali frasi abbiate voi in queste situazioni, ma comunque sarà qualcosa del genere: “questo non dovrebbe succedere, ma come si fa…”. Ci viene spontaneamente, e per questo sorge la relativa emozione e quindi la relativa esperienza. Questo è il modo in cui alcuni di noi reagiscono in genere alla vita, quindi è così che si generano, in sostanza, le nostre esperienze. Potremmo forse riassumerlo con: non volere una situazione così. Si tratta quindi di un giudizio, di emettere un parere sulla realtà, [che è come è]. Qualcuno al mattino presto passa accanto a me per le scale in un centro di pratica e non sorride: subito mi ricordo della gatha di Thay: “Svegliandomi, stamattina, sorrido: ho davanti ventiquattro ore nuove di zecca”, e se questa persona scende le scale senza sorridere so che non sta praticando. Fine, respinto… E così nasce qualcosa come giudicare, dare un valore, respingere. L’altra possibilità che hanno altri di noi, è quella di riferire una situazione a noi stessi: “questo può succedere veramente solo a me!” “È sempre così, non imparerò mai, è proprio tipico” “Anche mio padre me lo diceva sempre: sei uno stupido”… una qualunque di queste frasi dove noi riferiamo una certa situazione a noi stessi, in cui noi diamo un valore e giudichiamo, denigriamo noi stessi. C’è chi ha strutturato tutta la propria vita sempre basandosi su questo aspetto. Ogni singola situazione viene catalogata spontaneamente in questo modo, così come ogni singola situazione degli altri viene catalogata in un altro modo.

La persona che non sorride mentre scende le scale ora ci segnala che ha qualcosa contro di noi, c’è qualcosa in noi che non va bene e per questo lui non sorride. Sono comprensibili questi due modi diversi di reagire alla stessa situazione: uno è: “come è possibile che facciano così?”, l’altro è: “dipende da me, è colpa mia” È vero, no? Potete capire questo. Ho detto anche che una possibilità di tirarci fuori da questa “strettoia” mentale è domandare. Questo è il grande vantaggio in un centro di pratica e anche il vantaggio di essere insieme a un compagno che pratica. Ci mettiamo vicino a lui e chiediamo: “Senti un po’, ho questa idea, o sensazione, e perciò sto vivendo questo, e tu come la vedi?” Nel migliore dei casi questa persona ci spiegherà che ha dormito male, o forse ha l’emicrania e quindi non si sente bene, e tutto si scioglie e in me nascono compassione e comprensione.

Vorrei pregarvi di fare attenzione a questo ambito. Ho chiarito in questi giorni che ciò che siamo e come facciamo esperienza di questo mondo è generato dal fatto che ripetiamo continuamente determinate frasi e determinati comportamenti: la regola della ripetizione dice che certi modi di comportarsi si rafforzano per il fatto di venire esercitati di continuo. Oggi vado un po’ più in profondità e dico “che cosa” rafforziamo in realtà. Dietro a questo “che cosa” ci sono rappresentazioni, pensieri, immaginazioni, idee, impostazioni, tutto insieme. Il Buddha le chiama “il nutrimento” con cui nutriamo e diamo forma alla nostra vita. E abbiamo visto negli esempi che, se ci nutriamo di qualcosa di diverso, nasce anche qualcosa di diverso. È semplice. Se ci nutriamo di pensieri negativi, che ci fanno stare male e generano sempre la sensazione di valere poco, allora creiamo per così dire un corrispondente “corpo psicologico”: avremo depressione, sentimenti di inferiorità, saremo sempre le vittime degli altri, e così via.

Quando ci nutriamo di pensieri di rifiuto, di giudizio, di valore, allora creiamo un “corpo psicologico”, un mondo di esperienze che consiste in rifiuto, rabbia, odio, irritazione, ribellione e simili [che ci renderà faticosa se non intollerabile la vita].

Non è quindi il fatto che noi “siamo così”, irritabili, o vittime, o inferiori, o superiori, o altro, ma che creiamo continuamente questa realtà personale attraverso il modo in cui osserviamo le situazioni della nostra vita. Non è mai abbastanza utile osservare che quello che noi viviamo lì non è così, ma che noi lo viviamo così attraverso i nostri pensieri e le nostre impostazioni mentali. È sempre molto bello quando ci intratteniamo con gli altri a parlare in centri di pratica, allora possiamo fare esperienza di come la stessa situazione può essere vista in modo completamente diverso da altre persone, e anche vissuta diversamente. Tento in questi giorni di rendere chiaro a voi e a noi che tutto ciò nasce, e che finora è stato così, perché le condizioni erano così, in modo che noi siamo qui, ma che è proprio per questo motivo che noi possiamo ancora cambiare le cose.

Per favore, come vi ho detto qualche giorno fa, non dite mai: “io sono così”, “io sono una persona irritabile” o “io sono una persona avida” o “io in queste situazioni ho sempre complessi di inferiorità” o simili. Spero che sia chiaro che io personalmente ho creato questo in due modi: da una parte attraverso determinati pensieri e impostazioni mentali, che sarebbero il nutrimento, per così dire, la base, e poi attraverso la continua ripetizione di queste e il conseguente loro rafforzamento. È molto importante per me che sia chiaro che siamo noi a dare forma a noi stessi. Ci sono molte persone che dicono: “io sono così, perché…” e di solito sono i genitori cattivi, o la società, insomma c’è sempre qualcuno che è il colpevole. È giusto, ma nessuno ne ha colpa, semplicemente ogni cosa ha un’origine, ci sono cause e condizioni; di qualsiasi cosa posso dire: “è così, perché…”. Ma è tutto qui.

Riconoscerlo ci aiuta solo a capire che noi possiamo cambiare. La legge del cambiamento vale per tutto, quindi anche per la nostra psiche. È quindi molto importante per noi che impariamo al meglio, con la maggior precisione possibile, a sapere che “io sono qui”, “questo sono io” e “io penso questo” e “io sento questo”. Da questo stato mentale posso riconoscere chiaramente cosa è abile e cosa non lo è, che cosa posso cambiare, e che cosa voglio conservare. Vi ho mostrato, se vogliamo dire così, due modi “normali” di fare esperienza della vita: l’uno è giudizio e denigrazione e rifiuto, che crea spontaneamente un atteggiamento irritato e scostante della mente, e l’altro è quello di riferire tutto a se stessi, di denigrarsi, di sentire di essere di poco valore, una vittima, sfiducia e simili. La nostra via spirituale va nella direzione di non fare nessuna delle due cose, ma semplicemente stare nella situazione con una mente aperta e chiara, e vedere al momento cosa posso e cosa devo fare. Per tornare all’esempio dell’autobus, nel momento in cui la persona salta in avanti e l’autobus riparte, non rimane altro che la frase “l’autobus è partito”. Basta. E con ciò non entro né nella prima esperienza né nella seconda esperienza. Ma sono lì davanti e posso domandarmi in modo adulto: “cosa faccio ora con questa cosa?” Se ho fretta, forse posso andare al parcheggio di taxi e proseguire; forse posso chiedere a qualcuno dietro di me se ha un cellulare per chiamare un amico che mi venga a prendere, chiamare il collega per avvisare che arrivo in ritardo, insomma posso affrontare questa situazione in modo del tutto realistico. Qualunque cosa vogliamo fare, insomma, ciò che la pratica fa con noi è renderci intelligenti, o a volte diciamo anche: adulti. Ed essendo intelligenti e adulti, cominciamo a fare esperienza della vita in modo del tutto nuovo. Questo “non attaccarsi a qualcosa” lo chiamiamo “meditazione” e dobbiamo coltivarlo meglio e più spesso che possiamo. Lo coltiviamo per esempio attraverso l’attenzione al respiro, cosa che lentamente ci dà la forza spirituale di non agire subito. Nella maggior parte delle volte, i pensieri che sorgono nella meditazione non sono così urgenti che dobbiamo reagire subito; questa capacità poi la possiamo riportare alla situazione dell’autobus. Questo è un gioco bellissimo, una meravigliosa opportunità di allenarsi a non reagire subito, e questa forza spirituale ci è necessaria per la nostra sopravvivenza, sperimentando la nostra vita in modo diverso.

Quindi, la prossima volta che la persona che ci incontra per le scale non sorride, non sorride. Forse sorriderò io – perché voglio sorridere, non per rasserenare l’altro, per farlo entrare nell’atmosfera, ma solo perché per in quel momento semplicemente mi viene di sorridere.

Di nuovo: esercitiamoci e rafforziamoci nelle piccole cose: non possiamo pensare che la pratica si renderà utile quando le condizioni saranno difficili. Da dove dovremmo prendere la forza, se non abbiamo praticato fino ad allora? Quando ci troviamo in una situazione come quella e reagiamo subito, abbiamo un’ottima occasione di ascoltare cosa c’è dietro e domandarci: “Che cosa sto facendo? Come sto creando la mia esperienza? Qual è la frase che scorre sullo sfondo? Qual è l’impostazione mentale, il pregiudizio che produce automaticamente questa esperienza?” È la nostra grande occasione per praticare.

La prima cosa è quindi vivere questa esperienza: adesso, in questo momento, io sono arrabbiato, sono deluso, sono offeso. Per molti anche questo non è facile. E questo richiede in ogni caso forse un fermarsi e chiedersi: “cosa succede in realtà?”. Spesso richiede anche di saper restare in quell’esperienza, non volercene liberare subito rifuggendola: “sì, in questo momento mi sento arrabbiato, offeso”, o quello che c’è. E poi mi posso domandare: “come ho creato questa esperienza?”. E c’è sullo sfondo una frase del genere “non dovrebbe essere così”, “mi succede sempre questo”, quello che è, una qualunque delle nostre frasi ricorrenti che “bollano” o definiscono la situazione. Questo è l’inizio del diventare intelligenti. Invece di fare subito uso di vecchi programmi infantili, faccio un passo indietro e mi chiedo: “che cosa sto facendo?”. Spesso ho l’occasione di farlo solo dopo. Forse si verifica una situazione e dopo, durante la meditazione, quando ho veramente lo spazio e la calma per farlo, la rivedo, me la faccio scorrere davanti agli occhi e scopro quel che ho fatto. Thay lo chiama “guardare in profondità”, riconoscere la causa che sta alla base del mio sentirmi così, del mio modo di fare esperienza della vita.

Ma con ciò capirete certamente che non si tratta di un’analisi psicologica: “mi sento così perché da bambino…”, e così via; si tratta di vedere in che modo il creo la mia realtà attraverso questa e quest’altra frase.

Può non essere semplice, per questo il Buddha ha proposto un approfondimento graduale. Cominciamo questo poter osservare, questo poter tornare indietro, questo risveglio che può esserci osservando il corpo. È relativamente semplice, perché è relativamente grossolano, quindi più semplice da osservare. Questa è la prima base della consapevolezza. Attraverso questo sviluppiamo una forza dell’osservazione, della presenza, dell’essere qui. Voglio attirare di nuovo la vostra attenzione sul fatto che la via spirituale inizia sempre con il corpo. Quelli di voi che conoscono lo yoga di Patanjali lo sanno; nelle antiche tradizioni si inizia sempre con il corpo, ma non tanto per renderlo sano, semplicemente perché, essendo un elemento grossolano, è relativamente facile da osservare. Attraverso questo sviluppiamo la forza mentale e la capacità, per così dire, di osservare le nostre esperienze interiori, il nostro corpo interiore, il nostro corpo energetico, che non è qualcosa di visibile. E ancora, è abbastanza facile osservare i nostri sentimenti, le nostre emozioni, perché comunque queste sono sempre collegate al corpo. Un’emozione è sempre un sentire del corpo. La rabbia la sentiamo, la depressione la sentiamo. [È il secondo stadio;] i sentimenti sono ancora relativamente facili da osservare, ma già un po’ più difficili. E ora arriva il terzo stadio, la terza base della consapevolezza, che sono i pensieri. E questi non possiamo più sentirli. Il nostro cervello non ha degli organi di senso: quel che succede nel nostro cervello, noi non lo sappiamo.

Sono quindi in un processo di comprensione che dice: “se genero quest’esperienza è perché penso questo”. Questi pensieri li conosciamo, ma per la maggior parte di noi sono in qualche modo effimeri, o ce li possiamo ricordare, ma è già difficile. Eppure in realtà sono loro il nutrimento che dà forma alla nostra vita. Spero che tutto sia chiaro e che si mostri chiaramente quale enorme possibilità abbiamo di cambiare tutto. Ognuno di noi è arrivato qui perché tutte le condizioni erano adatte.

Thay dice a questo punto: “se sei depresso, domandati come hai nutrito la tua depressione” – spero sia comprensibile. Si tratta di un determinato modo di giudicare e catalogare le situazioni della vita, e attraverso il fatto che io lo faccio continuamente, nasce in me un corpo psicologico di dubbio, di paura, di depressione: molto semplice. Almeno comprendendo questo sistema si potrebbe dire che basta che io alla base cambi un po’ di pensieri e la depressione svanisce. Ho bisogno solo di cambiare un paio di pensieri e la rabbia sparisce. Ho bisogno di cambiare ancora solo un pensiero e il complesso di inferiorità va via.

Non è così automatico, certo, e ci torneremo sopra, ma è importante capire il principio.

(campana)

Purtroppo non accade che abbiamo sempre a fianco un angelo custode che in ogni situazione ci sussurra come andrebbe attraversata quella situazione, per sollevarci dal nostro essere così o colà. E anche non è per niente facile lasciar cadere la frase che ho esercitato per più di 60 anni che “farsi avanti a gomitate è asociale”. Quindi, mettiamoci al lavoro con pazienza e con molta compassione verso noi stessi.

Se siamo seduti in meditazione e arrivano pensieri che hanno potere su di noi, o se ci comportiamo spontaneamente in una situazione, non vuol dire altro che noi abbiamo continuamente rafforzato questo nutrimento, cioè abbiamo esercitato e rafforzato quei muscoli; ci vuole un po’ di tempo di non utilizzo perché si indeboliscano, ma è possibile. Se siamo seduti lì nel pieno di un sentimento scomodo, la prima cosa che possiamo fare è chiarirci che noi davvero in realtà abbiamo rafforzato questo sentimento, e quindi mi devo trovare un programma di allenamento personale, sia per utilizzare di meno quel muscolo, sia per far svanire i pensieri che stanno alla base e sostituirli con altri. Ognuno di noi comincerà a farsi il proprio programma di allenamento. Il nostro addestramento spirituale è in gran parte un addestramento personale: riceviamo un manuale generale e poi dobbiamo riempirlo con i nostri dati personali e trovare la nostra via specifica. Penso però che abbiamo molte indicazioni su quello che possiamo fare. Una è fare tutto quel che possiamo per vivere in un ambiente che non utilizza quei nutrimenti, quei programmi. Quindi, vivere con persone che semplicemente sanno “stare” con le situazioni, che si comportano in modo appropriato alla situazione senza reagire in un modo o nell’altro.

Originariamente nell’allenamento spirituale era cruciale o comunque raccomandato vivere vicino a persone che si comportassero così. Le comunità spirituali, come gli ashram in India, sono nate in origine come piccole comunità sotto la guida di un guru. Guru non significa altro che “uno che mostra la via” per uscire da questo dilemma. Attraverso la convivenza con questi esseri, la persona cambiava lentamente non solo il comportamento ma proprio la mente. L’importante in queste piccole comunità era che si poteva continuamente essere testimoni di ciò che faceva il guru, in ogni situazione.

Quando sono stato la prima volta in India a Rishikesh e insieme con altri sono stato seduto alla presenza di un guru, un successore di Shivananda (non ricordo il suo nome) tutti i suoi allievi si riunivano per osservare come lui apriva la posta e come rispondeva alle sue lettere. Capite cosa succede con questo? C’è una piccola storia carina, della tradizione chassidica, vale a dire dell’ebraismo diffuso nell’Europa dell’Est (che ha bellissime storie, se vi capita di poterle leggere fatelo, hanno una profonda spiritualità). Gli allievi di un grande maestro gli domandarono: “Hai studiato per tanti anni dall’altro grande maestro, hai imparato da lui e per questo sei diventato così grande, cosa è successo di preciso, cosa hai imparato?” E volevano naturalmente sapere concretamente quali libri, quali storie avesse studiato, per così dire, nero su bianco cosa potevano imparare da lui. Lui rispose: “Sì, ho letto le scritture, e anche le preghiere, e come sono raccolte queste scritture, ma la cosa più importante, la vera essenza di ciò che ho ricevuto è stato vedere come il maestro si allacciava e si slacciava le scarpe”.

Questo è anche uno degli aspetti sostanziali di come Thay trasmette il Dharma. Vedere come si toglie la giacca o come la indossa è la pratica del Dharma. Solo pochissimi di noi hanno l’opportunità di stare insieme a una persona così ventiquattr’ore al giorno, questo non è possibile neanche con Thay, e per questo è sorto qualcosa, noi lo chiamiamo Sangha: un insieme di persone che percorrono questa via e che si sostengono l’uno con l’altro in questo, e dove c’è sempre uno che ha un piccolissimo lato illuminato. C’è sempre qualcuno che la vede in modo diverso, che in modo del tutto naturale dice: “io naturalmente avrei dato il posto a questa persona per salire sull’autobus, non riesco a capire come si possa pensare diversamente”. È chiaro la funzione di un Sangha? Noi quindi siamo un Sangha quando l’uno con l’altro ci sosteniamo in questa direzione. Se tutti in un cerchio di condivisione se ne stanno lì a dirsi a vicenda quant’è terribile la realtà, allora in quella condivisione non succede niente, stiamo rinforzando le nostre vecchie modalità di pensiero.

Siate quindi contenti di tutti quelli che vedono le cose in modo diverso. E più questo vi fa arrabbiare, meglio è, poiché vi mostra che voi non volete assumere quel modo di pensare, che avete una mente ristretta e pensate: “non si dovrebbe pensare così”, anziché aprirvi e pensare: “è incredibile, si può pensare anche così”. Questo è un Sangha, e per quelli che ne hanno la possibilità c’è oggi molto tempo per stare in un Sangha. Molte cose che per noi sono problematiche si risolvono, per così dire, nella vita con la comunità. La maggior parte di voi però non vive in un Sangha, e perciò dovete fare attenzione che siano presenti nel vostro ambiente molti elementi di un Sangha, o che voi stessi li portiate nel vostro ambiente.

Negli ultimi giorni ho già riferito come fare attenzione ai comportamenti che possono già avere un’influenza sulla mente. Attraverso il nostro stile di vita, attraverso il nostro ambiente, attraverso i nostri discorsi e così via noi influenziamo la nostra mente. E questo per la maggior parte delle persone è già una sfida. Può diventare per esempio molto importante dare indicazioni al compagno o alla compagna con cui viviamo, pregandolo/la di non utilizzare e ripetere sempre determinate espressioni, determinate idee. Se io vivo insieme a una persona che parla sempre negativamente di tutto, se la prende con la società, i vicini eccetera, è molto difficile che non lo faccia anch’io. Personalmente mi accorgo che in quel caso mi metto a remare contro questa tendenza e cerco di spostare l’altro su posizioni positive, cercando di convincerlo, portando altri punti di vista, eccetera – ma con questo rimango comunque nella stessa energia, [mi limito a spingere in un’altra direzione.] Thay ha espresso questo dicendo: “per favore, mettetevi d’accordo con il vostro compagno o con la vostra compagna di non innaffiare certi semi”: questo è quello che si intende. Notate che si tratta già di un ambito molto ampio; ciascuno deve cercare con intelligenza cosa può fare riguardo a questo, nel proprio ambiente. Sicuramente abbiamo tante possibilità: non leggere certi libri o certe riviste… ma non è del tutto facile evitare certi discorsi, perché sono legati a determinati amici, per esempio. Alcuni di noi hanno profondamente cambiato il proprio ambiente, trovato altri amici, fatto cambiamenti radicali. Se comprendiamo profondamente perché lo facciamo, troveremo anche i mezzi per percorrere la via. La cosa più importante in ogni caso resta sempre coltivare la nostra forza spirituale, la forza della nostra consapevolezza, della nostra presenza mentale. Abbiamo bisogno, infatti, di questa forza spirituale per poter osservare in modo sempre più sottile quello che ci succede dentro e poterlo comprendere in modo sempre più preciso. La maggior parte di noi non comprende chiaramente quanto poco vediamo, quanto, per così dire, siamo poco sensibili. Ci sono molte persone che non hanno contatto con le loro sensazioni; se qualcuno va da uno che sembra triste e gli domanda: “che cos’hai?”, questa persona potrebbe anche non dire mai: “sono triste”. Il corpo mostra chiaramente questa emozione, ma interiormente non c’è nessun contatto con essa e quindi la persona non è capace di darle un nome.

Così, la nostra via spirituale è una via per diventare sempre più sensibili. Potrebbe essere un allenamento molto lungo; a questo punto non dobbiamo pensare di essere insensibili, è solo che non siamo sufficientemente allenati. Se per esempio cresciamo in una società urbana, i nostri sensi vengono allenati a reagire a segnali abbastanza grossolani; se poi veniamo qui in campagna, non vedremo moltissimi segni che sono piccoli, sottili. E ci succede così per moltissime cose. Nella maggior parte delle società cittadine occidentali siamo addestrati a fare attenzione alle cose forti e grossolane: tutti i segnali sono forti e rumorosi, e se diventano deboli noi non abbiamo sensibilità per loro, e ci sentiamo perduti perché diciamo che “non c’è nessun segnale”. Se, per esempio, cresciamo in una zona dove non si coltiva la vite, per noi sostanzialmente l’uva bianca corrisponde al vino bianco. Questo è sostanzialmente quello che siamo capaci di gustare, anche perché lo vediamo; forse notiamo anche che questo vino è leggermente aspro o dolce. Non siamo in grado di fare ciò che sa fare un intenditore di vino: dare una descrizione di un tipo di vino con concetti e termini molto precisi, e differenziati. Magari conosciamo i termini, ma certamente non siamo in grado di riconoscere le caratteristiche di un vino che gustiamo e di descriverle. È comprensibile questo esempio, no?

Quel che fate quindi come persone spirituali è, per così dire, diventare “intenditori del vino della vita”, come gli intenditori che sanno la provenienza di quel tal vitigno, di che annata è quella bottiglia e così via. Noterete che con il tempo e con la pratica diventerete pian piano dei veri intenditori del vino della vita. All’inizio però avete bisogno di segnali relativamente forti. Se quindi sedete in meditazione e non vi arriva nessun segnale forte, cosa che accade nella maggior parte dei casi, è ben questo il motivo per cui ci si siede a meditare: allora forse genererete un segnale forte, un’emozione forte, in modo da fare esperienza di qualcosa, e noterete che di nuovo succede qualcosa nella mente del tipo: “sono di nuovo vivo”. Oppure proverete una noia sconfinata. La meditazione all’inizio è collegata con la noia, è, per così dire, una sua caratteristica, perché veramente in quel momento non succede nulla, ma in realtà succede incredibilmente molto: tutta la vita sta pulsando, ma noi non ce ne accorgiamo, non c’è segnale [il segnale è troppo sottile perché arriviamo a percepirlo], quindi ci annoiamo. Posso confermarvi che al crescere della sensibilità la noia svanisce. La meditazione inizia con la noia, quindi se nella meditazione vi annoiate, va benissimo. Per favore, però, non trovate un’emozione o un pensiero per tenervi occupati; in quel preciso momento cominciate la pratica: c’è noia? Tornate al respiro, d’accordo?

Per tutti noi quindi si tratta di un processo e abbiamo tutti una via molto lunga davanti a noi, molti mezzi a portata di mano, e fondamentalmente c’è una cosa che non dovremmo fare, cioè metterci sotto pressione e arrabbiarci per quello che siamo, ma semplicemente sapere che siamo sulla via. Uno dei più grandi maestri di meditazione, il giapponese Suzuki Roshi, uno dei primi a portare in America lo Zen Soto, ha detto: “Una volta che si è sulla via, è” – lo dico in inglese – “a one way railway track”, una tratta ferroviaria a binario unico: non ci sono scambi, non si può andare né a destra né a sinistra, quindi quando uno c’è sopra va avanti; nel peggiore dei casi possiamo tirare il freno a mano, ma poi arriva di nuovo qualcuno che lo lascia andare, e allora si va avanti. State il più spesso possibile insieme a persone che lascino andare il freno a mano di nuovo per voi; quindi, ascoltate ogni piccolo guru. Ognuno di noi a un certo momento può essere un guru per qualcun altro; questo significa imparare da ciascuno, non essere pieni di sé, stare sempre all’erta: “questo lo posso imparare”. Non dimenticate di continuare a farlo anche a casa. Sarei molto contento se potessimo trovarci insieme almeno una volta all’anno per continuare a praticare.