10 Maggio 2021

Il Discorso della Freccia

Il Discorso della Freccia

Discorso della freccia
(Sallasutta [o Sallathasutta], Samyutta Nikaya 36.6)

Introduzione e commento a cura di Diana Petech

Un’affermazione spiazzante del Buddha lascia senza parole i monaci: anche chi ha ricevuto insegnamenti spirituali prova sensazioni piacevoli, spiacevoli e neutre – in altre parole, chi pratica non è esente dal dolore che fa parte della nostra realtà di esseri viventi. “In questo, qual è la differenza fra il praticante e il non praticante?”, chiede il Buddha. I monaci, sconcertati, non sanno rispondere e gli chiedono spiegazioni.

Così nasce l’immagine indimenticabile delle due frecce sovrapposte. È un’immagine che ci aiuta a distinguere le piccole o grandi difficoltà della vita da quelle che ci aggiungiamo noi, inconsapevolmente, che ne moltiplicano l’effetto e lo prolungano: “la nostra reazione, la storia che ci raccontiamo, l’ansia che proviamo. (…) Una parte dell’arte di soffrire bene consiste nell’imparare a non ingigantire il nostro dolore lasciandoci trascinare da rabbia, paura e disperazione.” (Thich Nhat Hanh, Trasformare la sofferenza, cap. 4).

Buona parte della sofferenza, ci spiega il Sutra della freccia, non deriva tanto dal problema in sé (dolore fisico, lutto o altro) ma dai tanti modi in cui cerchiamo inutilmente di sfuggirgli. L’avversione alimenta l’avversione, il che accresce la sofferenza. E lo stesso vale per l’attaccamento a questa o quella scappatoia di compensazione, com’è evidente in ogni genere di dipendenza patologica ‒ cibo o alcolici, sesso compulsivo, gioco d’azzardo, droghe ‒ che nasce sempre da una difficoltà ad affrontare e gestire un dolore o una carenza. Scopriamo che il Buddha aveva già capito, con 24 secoli di anticipo, gli effetti della neuroplasticità: trattenersi in uno stato mentale e ritornarci di continuo fa poi ricadere in quello stato sempre più facilmente. È così che un’avversione rafforza l’avversione, che l’attaccamento genera una dipendenza.

La domanda che resta aperta leggendo il sutra è: come fa “il discepolo dei nobili insegnanti” a non sviluppare avversione, o paura o rabbia, trovandosi ad affrontare dolore, malattia, lutto, i momenti difficili o eventi drammatici che fanno parte della vita di tutti?

Ancora una volta, la parola a Thây, dal capitolo 2 di Together We Are One, paragrafo “Evitare la seconda freccia”:

Siamo noi a generare molta della sofferenza che proviamo col nostro modo di gestire le nostre difficoltà o il dolore. (…) Quando proviamo dolore o sofferenza occorre che ce ne prendiamo cura con la consapevolezza: se ci lasciamo travolgere da paura, preoccupazione e ansia od odio, è come se fossimo colpiti da una seconda, terza e quarta freccia, il che aumenta molto la nostra sofferenza. Quando abbiamo qualche dolore o problema, dunque, è importantissimo renderci conto del significato di quel dolore o di quel problema, senza amplificarlo. La paura e la rabbia amplificano il dolore e lo rendono molto più difficile da gestire. (…)

Possiamo magari andare da un medico o da un agopuntore per avere una seduta di agopuntura, e forse dopo ci sentiremo un po’ meglio. Ma se poi torniamo a casa portando con noi tutte le preoccupazioni e tensioni e abitudini di vita quotidiana che non riusciamo a lasciar andare, allora i benefici della seduta di agopuntura non dureranno molto a lungo. (…) Abbiamo in noi strumenti innati di guarigione: ogni passo che facciamo in consapevolezza, con stabilità e libertà, è un elemento di guarigione. Lasciar andare preoccupazione, paura e rabbia lascia spazio a sentimenti di gioia e aiuta il nostro corpo a sviluppare il proprio potere di auto-guarigione. La pratica di sedersi a meditare in pace, di camminare in pace, di respirare in consapevolezza contribuisce a portare pace e rilassamento al corpo, e questo potenzia il nostro potere di guarigione: ridà energia al nostro sistema immunitario. Ogni inspirazione ed espirazione che possa aiutarci a rilassare la tensione del corpo porta gioia nella nostra vita quotidiana ed è un elemento di guarigione. Quando siamo capaci di generare un pensiero di compassione, comprensione e perdono, quello è un elemento di guarigione. (…) Quando sappiamo fare buon uso di questi elementi non abbiamo più tanta paura di ricadere nella malattia o nella depressione.

È evidente che per poterne fare buon uso occorre averli già sviluppati e allenati, con costanza e fiducia, nella nostra vita quotidiana “quando il mare è calmo”. Allora quando arrivano tempi più burrascosi li abbiamo a disposizione, ci sono familiari: ci viene facile ricorrervi e sentirne il sostegno e il conforto. E così, sostenuti e confortati, possiamo prenderci cura della situazione dolorosa con tranquilla lucidità e amorevolezza. Rassicurante, no?

(In fondo al testo del Discorso puoi trovare un modulo (attraverso il quale ci arriverà una e-mail) dove, se lo desideri, puoi raccontarci la tua esperienza con questo insegnamento, i benefici che ne hai tratto e anche le eventuali difficoltà e dubbi che hai incontrato, ai quali saremo in caso felici di provare a dare una risposta, nei limiti della nostra stessa comprensione ed esperienza di questo insegnamento e della pratica a esso connessa).

 

Discorso

“O monaci, l’uomo ordinario che non ha ricevuto gli insegnamenti spirituali sperimenta sensazioni piacevoli, sensazioni spiacevoli e sensazioni né piacevoli né spiacevoli.

O monaci, il discepolo dei nobili [insegnanti][1] che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali sperimenta sensazioni piacevoli, sensazioni spiacevoli e sensazioni né piacevoli né spiacevoli.

O monaci, qual è la differenza, la peculiarità, il fattore distintivo che esiste dunque tra il discepolo dei nobili [insegnanti] che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali e l’uomo ordinario che non li ha ricevuti?”

“Venerabile, per noi gli insegnamenti hanno il Beato come radice, come guida e come rifugio. Sarebbe bene se il Beato stesso volesse spiegare il significato di questa affermazione: udendola dal Beato, la ricorderemo.”

“In questo caso, monaci, prestate attenzione: parlerò!”
“Benissimo, o Beato” risposero i monaci.

Il Beato disse: “O monaci, l’uomo ordinario quando viene toccato da una sensazione dolorosa soffre, si affligge, si lamenta, piange battendosi il petto, entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta due tipi di sensazione: una fisica e una mentale.

È come se, o monaci, un uomo fosse colpito da una freccia e subito dopo fosse colpito da un’altra freccia: così, o monaci, egli percepirebbe i dolori di due frecce. Allo stesso modo, o monaci, l’uomo ordinario, che non ha ricevuto gli insegnamenti spirituali, quando viene toccato dalla sensazione dolorosa soffre, si affligge, si lamenta, piange battendosi il petto, entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta due tipi di sensazione: una fisica e una mentale.

Percependo quella sensazione dolorosa, quell’uomo prova avversione verso di essa. Provando avversione nei confronti della sensazione dolorosa, in lui la tendenza dell’avversione nei confronti della sensazione dolorosa si accresce. Toccato da quella sensazione dolorosa quell’uomo cerca gratificazione nei piaceri dei sensi. Perché è così?

Ma perché, o monaci, l’uomo ordinario che non ha ricevuto gli insegnamenti spirituali non conosce alcuna via di fuga dalla sensazione dolorosa eccetto il piacere dei sensi. E cercando gratificazione nei piaceri dei sensi, in lui la tendenza all’attaccamento nei riguardi della sensazione piacevole si accresce.

Quella persona non conosce, secondo realtà, l’origine e il decadere di queste sensazioni piacevoli o spiacevoli; non conosce la soddisfazione e l’insoddisfazione a loro connesse, né conosce alcuna via di fuga da esse. Non conoscendo, secondo realtà, l’origine e il decadere di queste sensazioni, la soddisfazione e l’insoddisfazione a loro connesse, né alcuna via di fuga da esse, in lui la tendenza all’ignoranza nei confronti delle sensazioni si accresce.

Se quest’uomo percepisce una sensazione piacevole, la percepisce identificato con essa; se percepisce una sensazione spiacevole, la percepisce identificato con essa; se percepisce una sensazione né piacevole né spiacevole, la percepisce identificato con essa.

Costui, o monaci, viene definito privo di insegnamenti spirituali, uomo ordinario, uno legato a nascita, vecchiaia e morte, pena, lamenti, disagio, angoscia e mancanza di serenità. Egli è legato, vi dico, alla sofferenza.

O monaci, quando il discepolo dei nobili [insegnanti] che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali viene toccato da una sensazione dolorosa, egli non soffre, non si affligge, non si lamenta, non piange battendosi il petto, non entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta un solo tipo di sensazione, la sensazione fisica, non quella mentale.

È come se, o monaci, un uomo fosse colpito da una freccia senza essere colpito, subito dopo, da un’altra freccia: così quest’uomo, o monaci, percepirebbe il dolore di una sola freccia. Proprio allo stesso modo, o monaci, il discepolo (…) che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali, percependo una sensazione dolorosa egli non soffre, non si affligge, non si lamenta, non piange battendosi il petto, non entra in uno stato di grande confusione. Egli sperimenta un solo tipo di sensazione, la sensazione fisica, non quella mentale.

Venendo toccato da quella sensazione dolorosa, egli non prova avversione verso di essa. Non provando avversione nei confronti della sensazione dolorosa, in lui la tendenza all’avversione nei confronti di tale sensazione non si accresce. Toccato dalla sensazione dolorosa egli non cerca gratificazione nei piaceri dei sensi. Perché questo?

Ma perché, o monaci, il discepolo (…) che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali conosce una via di fuga dalla sensazione dolorosa diversa dal piacere dei sensi. Non cercando gratificazione nei piaceri dei sensi, in lui la tendenza all’attaccamento nei riguardi della sensazione piacevole non si accresce.

Egli conosce, secondo realtà, l’origine e il decadere di quelle sensazioni piacevoli o spiacevoli, la soddisfazione e l’insoddisfazione a loro connesse e la via d’uscita da esse. Conoscendo, secondo realtà, l’origine e il decadere di queste sensazioni, la soddisfazione l’insoddisfazione a loro connesse e la via d’uscita da esse, in lui la tendenza all’ignoranza nei confronti delle sensazioni non si accresce.

Se egli percepisce una sensazione piacevole, non la percepisce identificato con essa; se percepisce una sensazione spiacevole, non la percepisce identificato con essa; se percepisce una sensazione né piacevole né spiacevole, non la percepisce identificato con essa.

Costui, o monaci, è definito “un discepolo ben istruito dei nobili [insegnanti]”, uno che non è legato nascita, vecchiaia e morte, pena, lamenti, disagio, angoscia e mancanza di serenità. Egli non è legato, vi dico, alla sofferenza.

Questa, o monaci, è dunque la differenza, la peculiarità, il fattore distintivo che esiste tra il discepolo dei nobili [insegnanti] che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali e l’uomo ordinario che non li ha ricevuti.”

[Il Buddha concluse con una sintesi in versi:]

Che la sensazione fisica sia piacevole o spiacevole,
il saggio non sperimenta un senso di attaccamento o di avversione:
il saggio – dico – che ha ricevuto gli insegnamenti spirituali.
Tra il saggio e l’uomo ordinario,
questa è la grande differenza riguardo a ciò che salutare.

In un essere che ha realizzato gli insegnamenti spirituali,
che ha ben compreso il Dharma,
che vede chiaramente questo e l’altro mondo,
le cose desiderate non turbano la mente,
quelle indesiderate non suscitano avversione.

Per lui attrazione e repulsione sono disperse,
hanno raggiunto la fine, non esistono.
Comprendendo lo stato privo di macchia e di dolore,
egli conosce correttamente e trascende il divenire.

[trad. it. dal pāli di Claudio Cicuzza in: La rivelazione del Buddha vol. 1, Mondadori, Milano 2001, con piccole modifiche di DP in base alla versione inglese di Thanissaro Bhikkhu]

[1] Per “nobili” si intendono i saggi, coloro che hanno indicato un cammino di superamento del dolore: i Buddha del passato, ma anche i maestri spirituali di altre tradizioni.