La pace è ogni passo

La pace è ogni passo

Introduzione semplice e immediata alla pratica.

Ringraziamo Diana Petech per il commento a questo libro.

Credo che ci sia capitato a tutti, una volta o l’altra, di ascoltare un discorso di Dharma e sentire a un certo punto che il Maestro sta parlando proprio di noi, proprio a noi: “…ma insomma, manca solo che punti il dito e che dica il mio nome!.” Ho imparato con gli anni che quello è il segno che si tratta di un ottimo discorso di Dharma, di un ottimo Maestro.

Lo stesso vale per i libri: quando a distanza di tanti anni da quando sono stati scritti ci sembrano attualissimi, ci sembrano scritti oggi e proprio per noi, allora vuol dire che sono ottimi libri. “Classici”, li chiamiamo.

Questa è l’impressione che ho riprendendo fra le mani La pace è ogni passo, che è del 1991. Non so, per esempio da pagina 99 e fino a pagina 107 (dell’edizione italiana) mi pare di sentire proprio la voce di Thay che parla qui, oggi. Parla di responsabilità condivisa, di inter-essere del cittadino con il mondo politico, di ecologia della mente, delle radici della guerra, dell’insensatezza di un concetto di pace basato sulla vittoria totale di uno dei contendenti e la sconfitta totale dell’altro.

Ha anche espressioni nette per chi sente che la ricerca della pace sia da deboli: “Riconciliazione non significa scendere a patti con la menzogna e la crudeltà”. Ci apre gli occhi sulla nostra difficoltà ad accogliere tutte le facce della realtà, a guardare tutte le parti in causa con occhi ugualmente equanimi, ugualmente amorevoli. Ma ci insegna che è possibile, e che solo così possiamo entrare in azione in modo sano: “Allora potremo adoperarci davvero per alleviare la sofferenza.” 

È qui di seguito che compare, forse per la prima volta (o una delle prime) in un libro di Thay, il racconto della sua notte di sgomento e rabbia e dolore per la vicenda della ragazzina profuga su una barca in fuga dal Vietnam violentata da un pirata e poi suicida in mare, vicenda da cui nasce la poesia Chiamatemi con i miei veri nomi. Tanto più commovente in questa primavera dopo che ci ha lasciato nel suo corpo fisico:

 Non dire che domani me ne andrò

perché oggi stesso continuo ad arrivare. 

Guardate bene: io arrivo ad ogni istante 

per essere la gemma su un ramo a primavera. (…) 

 

(Magnifico ritmo ha la traduzione di Letizia Baglioni, come in tutto il libro).

È qui di seguito che Thay parla di azione consapevole, di campi profughi, di non distogliere lo sguardo, di impegno sociale. E subito dopo, “….per orientarvi nelle scelte che siete chiamati a compiere nel mondo contemporaneo”, dice, perché non perdiamo la rotta sotto la spinta della rabbia, delle ostilità incrociate, della parzialità che ci rende ciechi, ci offre i suoi più alti strumenti-guida: quei Quattordici Addestramenti alla Consapevolezza che stanno a fondamento dell’Ordine dell’Interessere.

Qui in La pace è ogni passo li leggiamo in una delle loro prime versioni.

Hanno una storia interessante: nascono a Saigon nel 1966, in piena guerra; le prime sei persone a riceverne la Trasmissione sono studenti di Thay, uomini e donne; tre di loro prenderanno i voti monastici, tre resteranno laici e metteranno su famiglia. Qui leggiamo una delle loro prime stesure: qui si chiamano ancora “Precetti”; si rivolgono al praticante, ai praticanti, in seconda persona (singolare, sceglie la traduttrice – l’originale inglese you non distingue il singolare dal plurale), con un effetto diretto e coinvolgente ma anche “prescrittivo”. E ogni precetto inizia con un “non”: Non aderire ciecamente… Non credere…. Non imporre… 

(Mi ero tolta la curiosità, qualche anno fa, di seguire l’evoluzione degli Addestramenti negli anni. Nella primissima versione del 1966 , almeno in quella inglese tradotta dal vietnamita, alcuni iniziavano: One should not … “Uno non dovrebbe…” – i primi tre, il decimo ‒, altri si aprivano più tassativamente con un Do not….come in questa del 1991)

Poi nel 1992 Thay introduce la frase-chiave della sua concezione dei precetti-addestramenti: “Consapevole della sofferenza causata da… sono determinato a….”. In prima persona: io mi impegno, io sono determinato – com’è ancora nei Cinque Addestramenti. Sarà nella versione più ampia e profonda del 2012, tuttora in uso, che i Quattordici Addestramenti diventeranno il canto corale di una Comunità di pratica che procede insieme seguendo la bussola della consapevolezza: Consapevoli della sofferenza causata da… siamo determinati a… ci impegniamo a…. In prima persona plurale.

Ecco, trovo che uno dei tanti doni di La pace è ogni passo sia proprio questa stesura antica dei 14 Addestramenti, del 1991: l’istantanea di quel momento e la testimonianza di un percorso di sviluppo personale e collettivo che è più che mai vivo, più che mai in corso.

È proprio perché siamo consapevoli che la pace è ogni passo che siamo determinati a coltivarla ad ogni passo. Seguendo i passi calmi e sicuri di un Maestro che sa bene di che cosa sta parlando, e che l’ha dimostrato con tutta la sua esistenza. E che parla direttamente a ognuno di noi: manca solo che dica il nostro nome…

 


Autore:
Thich Nhat Hanh
Titolo originale:
Peace is Every Step
Tradotto da:
Letizia Baglioni
Editore:
Ubaldini
Anno:
1993

Introduzione semplice e immediata alla pratica.

Ringraziamo Diana Petech per il commento a questo libro.

Credo che ci sia capitato a tutti, una volta o l’altra, di ascoltare un discorso di Dharma e sentire a un certo punto che il Maestro sta parlando proprio di noi, proprio a noi: “…ma insomma, manca solo che punti il dito e che dica il mio nome!.” Ho imparato con gli anni che quello è il segno che si tratta di un ottimo discorso di Dharma, di un ottimo Maestro.

Lo stesso vale per i libri: quando a distanza di tanti anni da quando sono stati scritti ci sembrano attualissimi, ci sembrano scritti oggi e proprio per noi, allora vuol dire che sono ottimi libri. “Classici”, li chiamiamo.

Questa è l’impressione che ho riprendendo fra le mani La pace è ogni passo, che è del 1991. Non so, per esempio da pagina 99 e fino a pagina 107 (dell’edizione italiana) mi pare di sentire proprio la voce di Thay che parla qui, oggi. Parla di responsabilità condivisa, di inter-essere del cittadino con il mondo politico, di ecologia della mente, delle radici della guerra, dell’insensatezza di un concetto di pace basato sulla vittoria totale di uno dei contendenti e la sconfitta totale dell’altro.

Ha anche espressioni nette per chi sente che la ricerca della pace sia da deboli: “Riconciliazione non significa scendere a patti con la menzogna e la crudeltà”. Ci apre gli occhi sulla nostra difficoltà ad accogliere tutte le facce della realtà, a guardare tutte le parti in causa con occhi ugualmente equanimi, ugualmente amorevoli. Ma ci insegna che è possibile, e che solo così possiamo entrare in azione in modo sano: “Allora potremo adoperarci davvero per alleviare la sofferenza.” 

È qui di seguito che compare, forse per la prima volta (o una delle prime) in un libro di Thay, il racconto della sua notte di sgomento e rabbia e dolore per la vicenda della ragazzina profuga su una barca in fuga dal Vietnam violentata da un pirata e poi suicida in mare, vicenda da cui nasce la poesia Chiamatemi con i miei veri nomi. Tanto più commovente in questa primavera dopo che ci ha lasciato nel suo corpo fisico:

 Non dire che domani me ne andrò

perché oggi stesso continuo ad arrivare. 

Guardate bene: io arrivo ad ogni istante 

per essere la gemma su un ramo a primavera. (…) 

 

(Magnifico ritmo ha la traduzione di Letizia Baglioni, come in tutto il libro).

È qui di seguito che Thay parla di azione consapevole, di campi profughi, di non distogliere lo sguardo, di impegno sociale. E subito dopo, “….per orientarvi nelle scelte che siete chiamati a compiere nel mondo contemporaneo”, dice, perché non perdiamo la rotta sotto la spinta della rabbia, delle ostilità incrociate, della parzialità che ci rende ciechi, ci offre i suoi più alti strumenti-guida: quei Quattordici Addestramenti alla Consapevolezza che stanno a fondamento dell’Ordine dell’Interessere.

Qui in La pace è ogni passo li leggiamo in una delle loro prime versioni.

Hanno una storia interessante: nascono a Saigon nel 1966, in piena guerra; le prime sei persone a riceverne la Trasmissione sono studenti di Thay, uomini e donne; tre di loro prenderanno i voti monastici, tre resteranno laici e metteranno su famiglia. Qui leggiamo una delle loro prime stesure: qui si chiamano ancora “Precetti”; si rivolgono al praticante, ai praticanti, in seconda persona (singolare, sceglie la traduttrice – l’originale inglese you non distingue il singolare dal plurale), con un effetto diretto e coinvolgente ma anche “prescrittivo”. E ogni precetto inizia con un “non”: Non aderire ciecamente… Non credere…. Non imporre… 

(Mi ero tolta la curiosità, qualche anno fa, di seguire l’evoluzione degli Addestramenti negli anni. Nella primissima versione del 1966 , almeno in quella inglese tradotta dal vietnamita, alcuni iniziavano: One should not … “Uno non dovrebbe…” – i primi tre, il decimo ‒, altri si aprivano più tassativamente con un Do not….come in questa del 1991)

Poi nel 1992 Thay introduce la frase-chiave della sua concezione dei precetti-addestramenti: “Consapevole della sofferenza causata da… sono determinato a….”. In prima persona: io mi impegno, io sono determinato – com’è ancora nei Cinque Addestramenti. Sarà nella versione più ampia e profonda del 2012, tuttora in uso, che i Quattordici Addestramenti diventeranno il canto corale di una Comunità di pratica che procede insieme seguendo la bussola della consapevolezza: Consapevoli della sofferenza causata da… siamo determinati a… ci impegniamo a…. In prima persona plurale.

Ecco, trovo che uno dei tanti doni di La pace è ogni passo sia proprio questa stesura antica dei 14 Addestramenti, del 1991: l’istantanea di quel momento e la testimonianza di un percorso di sviluppo personale e collettivo che è più che mai vivo, più che mai in corso.

È proprio perché siamo consapevoli che la pace è ogni passo che siamo determinati a coltivarla ad ogni passo. Seguendo i passi calmi e sicuri di un Maestro che sa bene di che cosa sta parlando, e che l’ha dimostrato con tutta la sua esistenza. E che parla direttamente a ognuno di noi: manca solo che dica il nostro nome…